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Carta contro algoritmo: le fanzine italiane che stampano la rivoluzione a bassa tiratura

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Carta contro algoritmo: le fanzine italiane che stampano la rivoluzione a bassa tiratura

Photo: Liface, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

C'è qualcosa di profondamente sovversivo in un foglio A4 piegato a metà, fotocopiato in cinquanta copie e distribuito a mano fuori da un concerto noise a Bologna. Non ha metadati. Non ha pixel. Non può essere shadowbannato. Esiste nel mondo fisico con una testardaggine quasi biologica, e questo, nel 2024, è già di per sé un atto politico.

Le fanzine underground italiane non sono morte. Si sono solo nascoste meglio.

Il ritorno della carta sporca

Da Milano a Palermo, passando per Torino, Napoli e una manciata di centri minori che spesso fanno più rumore delle metropoli, una rete sotterranea di autoproduttori continua a sfornare pubblicazioni che non troverete su Amazon né tantomeno su Instagram. Non perché non possano — ma perché non vogliono.

Nessun Algoritmo, collettivo editoriale con base a Torino, pubblica dal 2019 una rivista trimestrale dedicata alla saggistica radicale e alla critica musicale sperimentale. Tiratura: centocinquanta copie. Distribuzione: concerti, centri sociali, qualche libreria indipendente che ancora sopravvive nei quartieri non ancora gentrificati. "Abbiamo un sito web, sì, ma è volutamente brutto e difficile da navigare", racconta uno dei fondatori che preferisce restare anonimo. "Vogliamo che le persone fatichino un po' a trovarci. La difficoltà è parte del messaggio."

Questa filosofia dell'ostacolo intenzionale attraversa buona parte della scena fanzine italiana contemporanea. Non si tratta di nostalgia analogica né di feticismo retrò — o almeno, non solo. È una scelta tattica precisa: la carta crea comunità fisiche, obbliga all'incontro, genera scambio diretto tra esseri umani.

Dalla risograph alla fotocopiatrice: estetica come ideologia

L'aspetto visivo delle fanzine italiane contemporanee racconta molto delle intenzioni dei loro creatori. Alcune puntano sull'imperfezione esplicita — testi storti, collage fotografici tagliati male, titolazioni che sembrano urlate. Altre hanno sviluppato un'estetica più raffinata grazie all'uso della risograph, quella macchina da stampa giapponese che produce colori piatti e sovrapposizioni accidentali diventata quasi un simbolo del movimento zine europeo degli ultimi anni.

A Roma, il collettivo Canale Rotto produce da tre anni una pubblicazione ibrida: metà fanzine musicale dedicata all'industrial e alla musica concreta, metà pamphlet politico. Le copertine sono serigrafate a mano in piccoli laboratori del Pigneto e del Quadraro. Ogni numero è diverso dall'altro, anche nella stessa tiratura — variazioni di colore, errori di stampa celebrati come caratteristiche. "Un PDF non può avere un errore felice", dice chi ci lavora. "La macchina sbaglia e noi lasciamo lo sbaglio perché è reale."

Reti di distribuzione alternative

Uno degli aspetti più affascinanti — e meno raccontati — dell'ecosistema fanzine italiano è il sistema di distribuzione che si è costruito attorno a queste pubblicazioni. Senza librerie specializzate in numero sufficiente, senza distributori disposti a gestire tirature così piccole, i collettivi hanno sviluppato reti proprie.

I concerti restano il punto di scambio principale. Ma ci sono anche i cosiddetti zine swap — incontri periodici in cui chi produce scambia le proprie copie con quelle degli altri senza passare per il denaro. A Napoli, nel quartiere Materdei, uno di questi incontri si tiene ogni primo sabato del mese in uno spazio autogestito. Partecipanti da tutta la Campania, ma anche da fuori regione. Qualcuno arriva da Bari, qualcuno da Roma.

Esiste poi una rete informale di distro — abbreviazione di distributori — che operano via posta ordinaria o attraverso passaggi manuali durante eventi. Niente e-commerce strutturato, spesso niente prezzi fissi. Si paga quanto si può, o si baratta con qualcos'altro.

Saggistica radicale su carta: pensiero che non vuole essere condiviso

Una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni è la proliferazione di fanzine dedicate non alla musica o all'arte visiva, ma alla saggistica critica. Testi lunghi, densi, spesso tradotti artigianalmente da pubblicazioni straniere introvabili in Italia. Analisi di movimenti politici, storia del pensiero anarchico, critica della tecnologia, teoria queer applicata alla cultura popolare.

Sottotraccia, pubblicazione milanese attiva dal 2021, ha costruito una reputazione solida proprio su questo terreno. Ogni numero affronta un tema unico con contributi di autori anonimi o pseudonimi. Il numero dedicato alla critica dell'economia dell'attenzione — uscito nel 2023 — è diventato una sorta di oggetto di culto nella scena, fotocopiato e ri-distribuito ben oltre la tiratura originale.

"Quando qualcuno fotocopia la tua fanzine per distribuirla ulteriormente, hai vinto", dice una delle curatrici. "Non ci sono copyright da far rispettare. Non ci sono royalties da calcolare. Il testo appartiene a chi lo legge."

Resistenza o romanticismo?

Sarebbe disonesto non interrogarsi sui limiti di questo universo. Le fanzine raggiungono poche persone, quasi sempre già convertite. La distribuzione fisica esclude geograficamente chi vive lontano dai circuiti urbani attivi. E c'è il rischio, sempre presente, che l'autoproduzione diventi un'estetica fine a se stessa, un posizionamento identitario più che uno strumento reale di cambiamento.

Eppure qualcosa in questo movimento resiste alla critica facile. In un ecosistema mediatico in cui ogni contenuto viene ottimizzato per la retention, in cui ogni testo viene riscritto per compiacere un motore di ricerca, produrre qualcosa di deliberatamente inefficiente ha un valore che va oltre il sentimentale. È un promemoria che la comunicazione può essere lenta, difficile, imperfetta — e proprio per questo, umana.

Le fanzine italiane underground non salveranno il mondo. Ma forse, per chi le produce e per chi le trova, sono già qualcosa di più prezioso: la prova che esistono ancora spazi sottratti alla logica della visibilità totale. Spazi dove un pensiero può circolare senza essere tracciato, condiviso senza essere monetizzato, letto senza lasciare dati.

In fondo, è proprio quello che l'algoritmo non riuscirà mai a indicizzare.

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