Frequenze dal sottosuolo: i collettivi synth-punk italiani che stanno riscrivendo le regole del suono
Photo: jim from Lausanne, Switzerland, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Non cercate questi nomi su Spotify. O meglio, cercateli pure — ma sappiate che la versione più vera di quello che fanno non la troverete mai su una piattaforma che paga 0,003 euro per stream. La troverete su Bandcamp, su cassette autoprodotte spedite per posta, su file audio condivisi via Telegram in community che sembrano club segreti più che fanbase.
Dopo il trauma collettivo del 2020 — i lockdown, i locali chiusi, l'azzeramento brutale di qualsiasi forma di aggregazione — qualcosa si è rotto nell'underground musicale italiano. E dalle crepe, come sempre accade, è spuntata una vegetazione selvatica e imprevedibile.
La geografia del nuovo underground
Torino, Bologna, Palermo, Catania. Sono queste le coordinate geografiche della scena più interessante. Non Milano, stranamente — o forse non così stranamente, visto che la capitale economica italiana ha da tempo metabolizzato l'underground trasformandolo in lifestyle brand.
A Torino, la tradizione industriale della città risuona letteralmente nella musica di collettivi come Zona Industriale Fantasma, che mescolano sintetizzatori analogici con field recording di fabbriche dismesse. Il risultato è qualcosa a metà tra Throbbing Gristle e un documentario su Mirafiori — rumoroso, scomodo, ipnotico. I loro live si tengono in spazi autogestiti come il Blah Blah o in ex capannoni industriali prenotabili attraverso canali Telegram cifrati.
A Bologna, la scena si sovrappone inevitabilmente all'eredità dei centri sociali. Il TPO e l'XM24 (prima della sua chiusura forzata) hanno incubato generazioni di musicisti che ora operano in modo più disperso ma non meno politicizzato. Progetti come Morte Termica portano avanti una ricerca sonora che unisce techno degradata, spoken word in dialetto emiliano e campionamenti di assemblee sindacali degli anni '70. È musica che non si dimentica facilmente — nel senso letterale del termine.
DIY come posizione politica
Ciò che accomuna questi collettivi non è solo un'estetica, ma una metodologia. Il Do It Yourself non è qui una scelta stilistica o una moda retrò — è una dichiarazione di indipendenza strutturale dall'industria.
Registrare in casa con attrezzatura di seconda mano acquistata su Subito.it. Masterizzare le proprie cassette. Distribuire attraverso reti di mutuo appoggio tra etichette micro-indipendenti. Organizzare tour attraverso network di spazi occupati e circoli Arci che si coprono le spalle a vicenda. È un'economia parallela, fragile ma sorprendentemente resiliente.
Nastro Magnetico, piccola etichetta torinese nata nel 2021, ha pubblicato in tre anni oltre quaranta release in formato cassetta, con tirature che vanno dalle cinquanta alle trecento copie. Eppure il loro catalogo viene discusso e recensito in zine digitali da Berlino a Buenos Aires. La nicchia, se abbastanza coerente e autentica, ha una portata globale.
L'estetica del glitch e la nostalgia come critica
C'è un elemento visivo e sonoro che attraversa tutta questa scena: un rapporto complesso con la nostalgia. Non la nostalgia rassicurante del revivalismo commerciale, ma qualcosa di più disturbante — l'uso di estetiche del passato (synth anni '80, vaporwave, cassette degradate, VHS) come strumenti critici per parlare del presente.
Il vaporwave italiano, se esiste come categoria, è meno onirico e contemplativo di quello americano. È più nervoso, più arrabbiato. Prende le stesse materie prime — jingle pubblicitari, musica da ascensore, synthpop patinato — e le deforma fino a renderle irriconoscibili e vagamente minacciose. È come guardare la televisione degli anni '90 attraverso uno specchio rotto.
Collettivi come Plastica Riciclata (Roma) o Errore 404 (Catania) costruiscono interi concept album attorno a questa estetica del glitch istituzionale. I loro artwork sembrano screenshot di software corrotti. I loro testi — quando ci sono — parlano di precarietà lavorativa, di algoritmi, di solitudine digitale. Non è nostalgia escapista: è autopsia del presente.
Bypassare i gatekeepers
Una delle trasformazioni più significative post-2020 riguarda la distribuzione e la comunicazione. Se prima l'underground dipendeva ancora parzialmente da riviste specializzate, radio indipendenti e blog musicali per farsi conoscere, oggi i collettivi più smart hanno costruito ecosistemi comunicativi completamente autonomi.
Canali Telegram con migliaia di iscritti che funzionano come radio pirata testuali. Newsletter settimanali che sembrano fanzine digitali. Server Discord dove si condividono patch per sintetizzatori modulari e si organizzano sessioni di registrazione collettiva. TikTok usato in modo obliquo e controintuitivo — non per promuoversi, ma per documentare processi creativi che l'algoritmo non sa come classificare.
Frequenze Clandestine, un collettivo nomade che non ha una sede fissa ma si ritrova periodicamente in città diverse, ha costruito una community di tremila persone attraverso un canale Telegram e una newsletter senza mai pubblicare un solo post su Instagram. È una scelta consapevole, quasi ideologica: rifiutare le piattaforme che richiedono visibilità come prezzo d'ingresso.
Il futuro suona storto
Quel che emerge da questo panorama frammentato ma vitale è un'idea di musica come pratica comunitaria più che come prodotto. I concerti sono rituali collettivi in spazi non convenzionali. Le release sono eventi, non lancio di singoli. La critica sociale non è un ornamento — è il motore.
Se dovessimo tracciare una genealogia, questi suoni discendono da una linea non lineare che passa per il post-punk italiano degli anni '80 (CCCP, Litfiba nella sua fase più spigolosa), l'industrial europeo, l'autonomia operaia come estetica, e le scene rave degli anni '90 che hanno insegnato all'underground italiano che la musica può essere anche azione diretta.
Non sappiamo dove finirà questa scena. Forse verrà scoperta e metabolizzata dal mainstream tra cinque anni, come è già successo a ogni sottocultura prima di questa. Forse no. Forse è abbastanza intelligente da sapere come restare invisibile abbastanza a lungo da fare davvero danni.
Noi, nel frattempo, teniamo il volume alto.