Lordura preziosa: gli artisti italiani che fanno parlare i rifiuti industriali contro il sistema
C'è un momento preciso in cui un pezzo di lamiera arrugginita smette di essere un detrito e diventa un'accusa. Non è un momento romantico — odora di grasso bruciato, di acido, di quella specifica tristezza dei capannoni abbandonati in zona industriale. Eppure è lì, in quel passaggio, che si gioca qualcosa di più interessante di qualsiasi galleria d'arte contemporanea patinata.
In Italia, una costellazione di artisti, collettivi e agitatori culturali ha deciso di fare esattamente questo: prendere ciò che il sistema produttivo espelle, rigetta, seppellisce o lascia marcire ai margini delle autostrade, e restituirlo al pubblico come testimonianza visiva di una violenza che di solito non ha forma. Una violenza silenziosa, quotidiana, perfettamente integrata nei meccanismi dell'economia globale.
Il rifiuto come documento
Partiamo da un fatto scomodo: l'Italia è uno dei paesi europei con il più alto tasso di abbandono illegale di rifiuti industriali. Le cosiddette "terre dei fuochi" — e non solo quella campana — sono cicatrici geografiche che raccontano decenni di complicità tra imprenditoria, criminalità organizzata e negligenza istituzionale. Ogni bidone interrato, ogni lastra di amianto abbandonata in un campo, ogni fusto chimico scaricato in un fosso è, a suo modo, un archivio.
Alcuni artisti hanno iniziato a trattarlo come tale.
Il collettivo Scorie Vive, attivo tra Taranto e il Salento, lavora da anni raccogliendo materiali direttamente nell'area dell'ex Ilva — oggi Acciaierie d'Italia, domani chissà. Polvere di scoria, lamiere deformate dal calore, tubi di scarico, guanti da lavoro consumati fino all'osso. Tutto documentato con coordinate GPS e data di raccolta, come se fosse referto di un medico legale. Le installazioni che ne derivano non cercano la bellezza — cercano la leggibilità. "Vogliamo che chi guarda non possa fare a meno di chiedersi da dove viene questo pezzo di metallo e chi ci ha lavorato sopra", dicono. "L'opera è il processo, non l'oggetto finale."
Upcycling radicale: non è quello che pensate
Bisogna fare una distinzione netta, perché il rischio di confusione è alto. Quello di cui parliamo non ha niente a che fare con il filone estetico dell'upcycling da fiera artigianale, con le borsette fatte di pneumatici o i lampadari di bottiglie di vetro venduti a prezzi gonfiati nelle boutique del design sostenibile. Quello è il mercato che digerisce la critica e la rivende come stile di vita.
L'upcycling radicale di cui scriviamo funziona in senso opposto: non trasforma il rifiuto in merce, ma usa il rifiuto per smascherare la merce. La differenza è abissale.
A Milano, nel ventre del Corvetto che cambia pelle a velocità allarmante, il duo Terzo Paesaggio — nome rubato al botanico Gilles Clément, non a caso — costruisce sculture monumentali con materiali raccolti direttamente dai cantieri della gentrificazione: pannelli di cartongesso, rete elettrosaldata, imballaggi di polistirolo, cavi elettrici. Le installano temporaneamente negli spazi pubblici del quartiere, senza chiedere permesso, documentano tutto e poi spariscono. Il messaggio è semplice quanto brutale: questo è ciò che resta quando il capitale ristruttura un quartiere. Questo è il residuo umano della speculazione.
Il corpo del rifiuto, il rifiuto del corpo
C'è anche una dimensione più viscerale, quasi corporea, in questo movimento. Alcuni artisti lavorano con materiali che hanno a che fare direttamente con la fatica fisica del lavoro — non il lavoro creativo, ma quello che non si nomina nei convegni.
Carmela Esposito, artista napoletana che lavora tra Secondigliano e i circuiti internazionali dell'arte povera contemporanea, usa esclusivamente scarti tessili delle fabbriche di abbigliamento conto terzi disseminate nell'hinterland campano. Ritagli, fili, etichette strappate, pezzi di tessuto che non hanno superato il controllo qualità. Li cuce insieme in grandi arazzi irregolari, volutamente brutti, volutamente scomodi da guardare. "La bruttezza è onesta", ha dichiarato in una delle rare interviste concesse. "Il bello che mi chiedono di fare è sempre al servizio di qualcosa che mi fa schifo."
Le sue opere non sono mai state vendute. Vengono esposte, donate a centri sociali, lasciate in spazi pubblici. È una scelta politica precisa: rifiutare il mercato dell'arte con gli stessi materiali che il mercato della moda ha già rifiutato una volta.
Geografie dello scarto
Esiste una geografia italiana del rifiuto industriale che coincide, quasi perfettamente, con le geografie della marginalità sociale. Non è una coincidenza — è la struttura del sistema che si rende visibile nello spazio fisico. Le discariche abusive sono sempre vicine a chi non ha voce per protestare. Le ciminiere sono sempre nei quartieri dove i valori immobiliari sono bassi abbastanza da non sollevare troppi comitati di genitori preoccupati.
Il collettivo Mappa Nera, attivo tra Veneto e Friuli, ha costruito un archivio cartografico e artistico che sovrappone le mappe delle zone industriali dismesse alle mappe della densità abitativa dei migranti, dei lavoratori stagionali, dei senza fissa dimora. Il risultato è una serie di stampe serigrafiche — tutte in bianco e nero, tutte a tiratura limitatissima e distribuite gratuitamente — che rendono visibile quella coincidenza geografica in modo immediato e difficile da ignorare.
"Non facciamo arte per i musei", spiegano sul loro sito semi-clandestino. "Facciamo documenti per chi vuole capire dove vive e perché ci vive."
Cosa rimane
La domanda che attraversa tutto questo lavoro è sempre la stessa: cosa facciamo con ciò che il sistema espelle? La risposta dominante è nasconderlo, interrarlo, bruciarlo, esportarlo nei paesi che non possono permettersi di rifiutarlo. La risposta di questi artisti è radicalmente diversa: portarlo al centro, renderlo visibile, farlo parlare.
Non è un gesto nostalgico né consolatorio. Non si tratta di trasformare la spazzatura in qualcosa di carino per far sentire meglio la coscienza di chi guarda. Si tratta di usare il linguaggio visivo per fare ciò che il giornalismo mainstream spesso non riesce — o non vuole — fare: rendere impossibile guardare dall'altra parte.
In un paese dove la narrazione dominante sull'economia è sempre quella della crescita, dell'innovazione, della competitività, il rifiuto industriale è il rimosso collettivo. È ciò che la storia ufficiale del capitalismo italiano preferisce non raccontare.
Questi artisti lo raccolgono da terra e lo mettono davanti ai vostri occhi. Potete continuare a non vederlo, certo. Ma almeno adesso è lì, e ha una forma.