Occupare per creare: dentro i laboratori abusivi dove nasce l'arte che il mercato non vuole
Photo: booledozer, Public domain, via Wikimedia Commons
Entra in un capannone abbandonato di periferia un venerdì sera. L'odore di umidità si mescola con quello della vernice fresca. Da qualche parte arriva musica — non da un impianto professionale, ma da casse assemblate con quello che c'era. Le pareti sono tappezzate di manifesti, serigrafie, proiezioni che si sovrappongono. C'è gente che balla, gente che discute, qualcuno che dipinge in un angolo mentre una band prova nel locale accanto. Non hai pagato un biglietto. Non c'è un curatore. Non esiste un comunicato stampa.
Benvenuto nello spazio occupato. Benvenuto nel posto dove l'arte italiana più interessante degli ultimi trent'anni è nata, cresciuta e — troppo spesso — è stata sgomberata.
La geografia dell'occupazione creativa
La mappa degli spazi autogestiti italiani è vasta e continuamente ridisegnata. Dal Leoncavallo di Milano — sopravvissuto a sgomberi, incendi e tentativi di normalizzazione — all'Angelo Mai di Roma, che ha trasformato un'ex scuola del centro storico in uno dei luoghi di ricerca performativa più coraggiosi della penisola. Dal TPO di Bologna, storico punto di riferimento per la musica elettronica sperimentale, fino alle realtà più piccole e meno conosciute che fioriscono e scompaiono nelle province, nei paesi, nelle città medie che i media culturali non considerano degne di attenzione.
Ognuno di questi spazi ha una storia diversa, una gestione diversa, un'estetica diversa. Ciò che li accomuna è una relazione fondamentalmente antagonista con il mercato dell'arte e con le istituzioni culturali pubbliche — non per principio ideologico astratto, ma per necessità concreta. Quando non hai fondi, quando non puoi permetterti un affitto, quando le banche non ti finanziano e i bandi ministeriali richiedono strutture burocratiche che non hai, l'occupazione diventa la condizione materiale della sopravvivenza culturale.
Musica senza contratto: il suono degli spazi liberi
Se c'è un ambito in cui gli spazi occupati hanno lasciato un segno indelebile sulla cultura italiana, è quello musicale. La scena noise italiana, il post-punk, l'elettronica sperimentale, il rap politico delle origini — tutto è passato dai centri sociali prima di esistere altrove, se mai è esistito altrove.
Nei capannoni del nord-est, negli ex mattatoi romani, nelle fabbriche dismesse del triangolo industriale, si è sviluppata una cultura del concerto che non assomigliava a nulla di quello che succedeva nei locali regolari. Niente scaletta fissa, niente orari, niente separazione netta tra palco e platea. I Massimo Volume hanno suonato in questi posti. I Marlene Kuntz anche. E decine di band che non hanno mai inciso un disco e che forse erano ugualmente importanti.
Oggi quella tradizione continua. Collettivi come Zona Morta (Napoli) o Frequenze Libere (Genova) organizzano eventi in spazi non autorizzati dove la musica sperimentale incontra il teatro fisico, la videoarte incontra l'improvvisazione jazz, il rumore bianco incontra la poesia dialettale. Non esistono recensioni su queste serate. Esistono i ricordi di chi c'era.
Il problema della gentrificazione culturale
C'è però una tensione che chi frequenta questi ambienti conosce bene e fatica ad articolare senza sentirsi in contraddizione: il successo. Quando uno spazio occupato diventa troppo famoso, troppo frequentato, troppo citato nelle guide alternative delle città, qualcosa si rompe.
È quello che è successo ad alcune realtà storiche che, nel tentativo di sopravvivere agli sgomberi, hanno accettato forme di regolarizzazione o di collaborazione istituzionale. Non è necessariamente un tradimento — a volte è semplicemente pragmatismo — ma il rischio è reale: diventare la versione addomesticata di se stessi, la parentesi esotica che la città tollera perché attira turismo culturale e fa curriculum alle amministrazioni progressiste.
I movimenti più consapevoli ci pensano molto a questo. Alcune realtà scelgono deliberatamente di restare piccole, di non comunicare troppo, di mantenere un grado di opacità che le protegga dall'abbraccio mortale dell'hype.
Pratiche radicali nello spazio del possibile
Ma al di là delle contraddizioni, quello che succede ogni giorno in questi spazi è straordinario. Laboratori di serigrafia dove si stampano manifesti per cortei e fanzine per distribuirle gratis. Residenze artistiche informali dove pittori, musicisti e videomaker condividono lo stesso spazio per settimane, contaminandosi a vicenda senza che nessuno abbia firmato un contratto. Assemblee pubbliche dove si discute di estetica come si discute di politica, perché per queste comunità non c'è differenza.
C'è una contro-narrativa che si costruisce in questi luoghi, mattone su mattone, serata dopo serata. Una narrativa che dice che l'arte non deve per forza essere merce, che la cultura non deve per forza essere un prodotto, che uno spazio può essere bello e vivo e importante anche se non ha un sito web aggiornato e un responsabile delle relazioni con la stampa.
Illegalità come condizione estetica
L'ultimo punto, forse il più scomodo, è quello del rapporto con la legge. Gli spazi occupati sono illegali. Punto. Non c'è modo di edulcorarlo o di trovare una formula che faccia sembrare diversamente la cosa.
Eppure quella illegalità è parte integrante dell'esperienza estetica e politica che questi spazi producono. La consapevolezza che quello che stai vivendo potrebbe finire da un momento all'altro — uno sgombero, un'ordinanza, una telefonata sbagliata — crea una qualità dell'attenzione e della presenza che i luoghi autorizzati raramente riescono a generare. È il carpe diem dell'arte radicale: questo momento esiste perché qualcuno ha deciso che valeva la pena rischiare.
E finché ci sarà qualcuno disposto a rischiare, ci sarà qualcosa da raccontare.