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Odore di resistenza: i profumieri sotterranei che imbottigliano la memoria e la rivolta

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Odore di resistenza: i profumieri sotterranei che imbottigliano la memoria e la rivolta

Photo: underground perfume laboratory natural essences artisan bottles alternative, via cdn.vox-cdn.com

C'è qualcosa di sovversivo nell'olfatto. È il senso più diretto, quello che bypassa la razionalità e arriva dritto al sistema limbico, a quella parte del cervello che conserva le emozioni e i ricordi come fossero ambra. Forse è per questo che l'industria profumiera mainstream lo ha trasformato in uno strumento di seduzione consumistica — profumi che odorano di aspirazione, di lusso accessibile, di identità preconfezionata. Ma in Italia, in appartamenti senza insegna e laboratori condivisi con chitarre e serigrafie, qualcuno ha deciso di restituire al naso la sua funzione originaria: ricordare, resistere, raccontare.

Il laboratorio non ha vetrina

Milano, zona Corvetto. In un seminterrato che divide lo spazio con un'associazione culturale e una piccola sartoria autoprodotta, Valentina — che preferisce non dare il cognome — mescola resine, radici e materiali di recupero olfattivo in quello che definisce «un archivio sensoriale del quartiere che sta scomparendo». Il suo profumo più noto negli ambienti underground si chiama Sfratto, e odora di muffa antica, legno bruciato e qualcosa di dolciastro che non riesci a identificare. «Volevo catturare l'odore degli stabili occupati prima che li demolissero», spiega con una semplicità disarmante. «Quell'odore non esiste più. Io l'ho imbottigliato prima che sparisse del tutto».

Non è un caso isolato. Da Napoli a Torino, passando per Bologna e Palermo, una rete informale di profumieri clandestini — il termine lo usano loro stessi, con orgoglio — sta costruendo un linguaggio olfattivo alternativo che sfugge deliberatamente ai canali della distribuzione ordinaria. Niente codici a barre, niente certificazioni IFRA, niente campagne pubblicitarie con modelli in bianco e nero su spiagge deserte.

Politica a bassa molecola

La domanda che sorge spontanea è: può un profumo essere davvero politico? Per chi lavora in questo circuito, la risposta è non solo affermativa ma quasi ovvia. «L'industria profumiera ti vende un'identità già costruita», dice Marco, che a Torino gestisce quello che chiama un «laboratorio olfattivo aperto» in un ex magazzino nel quartiere Aurora. «Noi partiamo dall'opposto: prendiamo un'identità collettiva — un quartiere, una lotta, una memoria comune — e cerchiamo di tradurla in odore. È etnografia sensoriale, se vuoi darle un nome accademico. Ma per noi è solo un modo per non dimenticare».

Marco ha lavorato su una serie di fragranze dedicate alle lotte per la casa a Torino negli anni Novanta. Una si chiama Autogestione e combina odori di caffè freddo, inchiostro da ciclostile e terra bagnata. Un'altra, Sgombero, usa note di cemento, metallo arrugginito e qualcosa di acre che ricorda il fumo dei lacrimogeni. Non sono profumi piacevoli nel senso convenzionale del termine. Sono profumi veri, nel senso più pieno: evocano qualcosa, provocano una reazione, costringono a stare nel momento.

La catena di distribuzione dell'ombra

Come circolano questi prodotti? Per lo più attraverso reti di fiducia: concerti, fiere del libro indipendente, mercati di quartiere, gruppi di acquisto solidale. Alcuni vengono regalati, altri venduti a prezzi simbolici. Quasi nessuno ha un sito e-commerce, molti usano profili Instagram con nomi criptici o canali Telegram privati. «Non voglio che il mio lavoro finisca su un marketplace», dice Chiara, profumiera palermitana che crea fragranze ispirate ai mercati storici della città — Ballarò, Vucciria — e alla memoria olfattiva della Sicilia rurale. «Appena metti un prezzo su una piattaforma, diventi prodotto. Io voglio rimanere processo».

Questa scelta di restare nell'ombra non è solo estetica. Molte delle materie prime usate da questi artigiani — resine raccolte durante escursioni nei boschi, estratti da piante non certificate, materiali di origine animale in alcuni casi — non passerebbero i controlli dell'industria regolamentata. Ma è anche una scelta politica: rifiutare la logistica del mercato significa rifiutare la logica del mercato.

Memoria, gentrificazione, identità

Uno dei temi ricorrenti in questo universo è la gentrificazione come trauma olfattivo. Quando un quartiere popolare viene trasformato, cambiano anche i suoi odori: spariscono le friggitorie, le officine meccaniche, i mercati all'aperto; arrivano i bar specialty coffee, le candele al bergamotto, i diffusori di ambienti con nomi esotici. Alcuni di questi profumieri underground lavorano esplicitamente su questo lutto sensoriale, cercando di preservare — attraverso l'olfatto — ciò che l'urbanistica cancella.

«L'odore è l'ultimo baluardo della memoria popolare», sostiene Luca, che a Bologna ha documentato olfattivamente decine di luoghi scomparsi o in via di trasformazione, dal vecchio mercato delle Erbe a certi vicoli del centro storico prima del boom del turismo di massa. «Una fotografia puoi archiviarla. Un suono puoi registrarlo. Ma l'odore, se non lo catturi attivamente, sparisce senza lasciare traccia. Noi siamo archivisti del naso».

Contro la standardizzazione dei sensi

C'è anche una critica più sottile nel lavoro di questi artigiani: la denuncia di come l'industria profumiera abbia progressivamente impoverito il vocabolario olfattivo collettivo. Le grandi maison, vincolate da regolamentazioni sempre più stringenti e dalla necessità di produrre in scala, hanno eliminato decine di ingredienti tradizionali, omologando i profumi verso un immaginario globale e asettico. Il muschio di quercia, l'evernyl — note fondamentali della profumeria classica europea — sono oggi sostanzialmente banditi. Il risultato è una sorta di analfabetismo olfattivo di ritorno, una perdita di complessità sensoriale che questi artigiani clandestini cercano di contrastare.

«Quando faccio annusare un profumo fatto con resine vere a qualcuno che ha trent'anni, spesso la reazione è di spaesamento», racconta Valentina. «Non riconoscono l'odore. Non sanno dove collocarlo. E questo mi spaventa, perché vuol dire che abbiamo perso un pezzo di noi stessi senza accorgercene».

Un senso ancora libero

Forse la cosa più interessante di questo movimento — se così si può chiamare qualcosa di così frammentato e deliberatamente privo di manifesto — è che opera in uno spazio ancora relativamente libero. La vista è colonizzata dalla pubblicità, l'udito dalle playlist algoritmiche, il tatto dalla touchscreen economy. L'olfatto, paradossalmente, è rimasto un territorio meno presidiato, più difficile da standardizzare, più resistente alla mediazione digitale. Non puoi streammarlo. Non puoi metterlo in uno schermo. Devi essere fisicamente presente per sentirlo.

E forse è proprio per questo che questi profumieri clandestini hanno scelto il naso come campo di battaglia. Perché è l'unico senso che il sistema di sorveglianza e controllo dell'attenzione non ha ancora del tutto imparato a gestire. Per ora.

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