Nessuno e cento nomi: gli artisti italiani che cancellano se stessi per creare davvero
Photo: Petar Milošević, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Esiste un profilo Instagram che per tre mesi ha pubblicato ogni giorno frammenti di performance teatrali girate in appartamenti vuoti di Milano, Palermo e Torino. Nessun nome, nessuna bio, nessun link. Poi, una mattina di novembre, l'account è scomparso. Nessun messaggio di addio, nessuna spiegazione. Solo il vuoto digitale dove prima c'era qualcosa di vivo.
Chi era quella persona? Forse non importa. Forse è esattamente questo il punto.
Il personal branding come gabbia
Nel 2024, l'industria culturale — anche quella che si definisce alternativa — ruota attorno a un dogma indiscutibile: devi essere riconoscibile. Devi avere un'identità coerente, una palette cromatica nei post, una voce narrativa uniforme. Devi essere un brand. Anche se fai arte che urla contro il sistema, lo fai con un logo e un handle curato.
Ma c'è chi ha deciso di rifiutare questa logica in modo radicale, non semplicemente ignorando i social, ma usandoli al contrario: come spazi di evaporazione progressiva, come macchine per dissolversi.
Questi artisti non sono eremiti digitali. Sono qualcosa di più disturbante per il mercato: presenze attive che si negano volontariamente alla memorizzazione.
"Il problema non è essere famosi o sconosciuti," racconta un performer che opera sotto il nome collettivo Corpo Assente e che ha accettato di parlarci senza rivelare nulla di identificabile su di sé. "Il problema è diventare un prodotto stabile. Appena la gente sa chi sei, smette di guardare quello che fai. Guarda te. E tu sei finito."
Identità come materiale artistico
La pratica di costruire e poi demolire identità online non è nuova nella storia dell'arte — Luther Blissett, il collettivo bolognese degli anni Novanta, aveva già capito tutto quando migliaia di persone firmarono opere, azioni e testi con lo stesso nome inventato. Ma quello che sta accadendo oggi nel sottosuolo creativo italiano ha una texture diversa, più intima e più veloce.
Si tratta spesso di singoli artisti, non collettivi, che creano account dedicati a progetti specifici con una data di scadenza già incorporata nel concetto. Un progetto musicale nasce, pubblica quattro o cinque release in formato digitale su piattaforme di nicchia, accumula una piccola comunità di ascolto, e poi si cancella. Non si scioglie, non annuncia un hiatus: sparisce. La musica rimane su chi l'ha scaricata, su qualche hard disk sparso per l'Italia, forse su un server dimenticato. Ma l'identità che l'ha prodotta non esiste più.
Membrane, un progetto di musica industriale e field recording attivo per soli sette mesi tra il 2022 e il 2023, ha lasciato dietro di sé tre EP e nessuna foto dell'artista. Chi ha cercato di risalire all'autore ha trovato solo un indirizzo email che non risponde più e un account Bandcamp ora vuoto. Eppure quei tre EP circolano ancora, si passano di mano in mano nei forum underground, vengono citati come riferimento da altri musicisti.
"È la cosa più punk che abbia sentito negli ultimi anni," scrive qualcuno in un thread su un forum di musica sperimentale italiana. "Nessuno sa chi è, e questo lo rende immortale."
Il teatro dell'invisibile
Nel mondo della performance art, la tendenza prende forme ancora più radicali. Ci sono performer che agiscono esclusivamente in spazi non annunciati — cortili condominiali, stazioni di notte, parcheggi periferici — documentando il tutto con account temporanei che pubblicano in diretta e poi vengono abbandonati.
Una di queste figure, che per comodità chiameremo con il nome che ha usato l'ultima volta che qualcuno l'ha intercettata — Figura — ha costruito negli ultimi due anni una reputazione sotterranea fatta interamente di sparizioni. La gente la cerca, ne parla, si passa video sfocati girati di nascosto durante le sue azioni. Ma non esiste una pagina, un sito, un profilo che la contenga.
"L'identità è una trappola che il mercato ti tende," aveva scritto in un post poi cancellato. "Appena accetti di avere un nome fisso, sei in vendita. Anche se non vuoi esserlo."
Questo approccio ha radici filosofiche precise — Guy Debord, la critica allo spettacolo, il détournement situazionista — ma si nutre anche di qualcosa di più recente e locale: la stanchezza profonda verso l'economia dell'attenzione, la sensazione viscerale che ogni like sia una piccola cessione di sovranità.
Comunità nell'ombra
Paradossalmente, questi artisti dell'invisibilità non operano nell'isolamento totale. Attorno a loro si sono formate comunità di nicchia, micro-reti di persone che si passano informazioni su canali Telegram cifrati, gruppi Signal, mailing list old school.
La distribuzione delle opere avviene spesso tramite USB fisiche lasciate in luoghi concordati, file condivisi su server privati accessibili solo su invito, o persino stampe e cassette distribuite a mano durante eventi non pubblicizzati. L'accesso diventa parte dell'opera. Devi fare uno sforzo per arrivare alla cosa. Non puoi semplicemente scrollare fino a trovarla.
Questo crea un tipo di pubblico diverso — non consumatori passivi ma partecipanti attivi a una caccia al tesoro culturale. E crea anche una forma di protezione: se non sei indicizzato, non puoi essere facilmente appropriato, commercializzato, trasformato in contenuto.
Il rischio del romanticismo
Sarebbe sbagliato, però, romanticizzare tutto questo senza riserve. L'anonimato ha anche i suoi lati oscuri: può diventare un modo per sfuggire alla responsabilità, per pubblicare senza essere chiamati a rispondere. Nell'underground italiano, come ovunque, esistono dinamiche di potere che l'invisibilità può nascondere più che scardinare.
Alcune voci critiche all'interno degli stessi circuiti sottolineano come l'anonimato sia un privilegio — funziona meglio se hai già una rete sociale solida che ti supporta nell'ombra, se hai i mezzi per produrre e distribuire senza dipendere da piattaforme che richiedono identità verificabili.
"Non tutti possono permettersi di sparire," dice una curatrice che lavora tra Roma e Napoli con artisti emergenti. "Per molti, la visibilità è ancora l'unico modo per accedere a risorse. L'invisibilità strategica è un lusso."
È una critica giusta. E forse la più onesta risposta è che non si tratta di un modello universale, ma di una pratica situata, contestuale, che ha senso per alcuni e non per altri.
Risorgere altrove
La parte più interessante di questi percorsi, però, è quello che succede dopo la sparizione. Molti di questi artisti non scompaiono definitivamente: si reinventano. Tornano con un nome diverso, un progetto diverso, un'estetica diversa. Portano con sé le competenze accumulate ma non il peso della reputazione costruita.
È una forma di morte e resurrezione ciclica che ha qualcosa di profondamente rituale. E forse è questa la risposta più creativa che l'underground italiano ha trovato all'industria culturale contemporanea: non combatterla frontalmente, non ignorarla, ma usare le sue stesse logiche — la creazione di profili, la pubblicazione di contenuti, la costruzione di audience — per poi sovvertirle nel momento in cui sembrano stabilizzarsi.
Sparire non come resa. Sparire come atto artistico supremo.
L'account che pubblicava quelle performance in appartamenti vuoti è sparito. Ma da qualche parte, in questo momento, qualcuno sta aprendo un nuovo profilo senza nome. E sta già pianificando quando cancellarlo.