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Carne e circuiti: i transumanisti italiani che modificano il corpo per sfuggire al controllo

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Carne e circuiti: i transumanisti italiani che modificano il corpo per sfuggire al controllo

Photo: biohacker underground implant microchip body modification DIY technology, via cdnb.artstation.com

C'è un garage a Torino dove, due sabati al mese, si riunisce un gruppo di persone con un obiettivo piuttosto insolito: impiantarsi qualcosa sotto la pelle. Non è una setta, non è un'installazione artistica — anche se i confini, in questo ambiente, tendono a sfumare. È un collettivo di biohacker che considera il proprio corpo l'ultimo spazio davvero sovrano in un'epoca in cui ogni gesto digitale viene tracciato, venduto, archiviato.

Li chiamano grinder, termine mutuato dalla scena anglosassone, ma in Italia hanno sviluppato una sensibilità tutta loro: meno cyberpunk californiano, più anarchia mediterranea. La carne come manifesto. Il bisturi fai-da-te come atto politico.

Sotto la pelle: cosa si impiantano davvero

La modifica più comune — e relativamente accessibile — è il chip NFC o RFID sottocutaneo, solitamente inserito tra pollice e indice. Dimensioni di un chicco di riso, incapsulato in vetro biocompatibile. Con questo dispositivo si può aprire serrature, sbloccare smartphone, archiviare dati personali. Ma la vera questione non è tecnica: è filosofica.

"Quando mi sono impiantato il chip, non pensavo solo all'utilità pratica," racconta Marco, 31 anni, che preferisce non rivelare il cognome. "Pensavo a chi decide cosa posso fare con il mio corpo. Lo stato? L'azienda farmaceutica? Il medico che deve autorizzare ogni procedura? Io ho detto: no, questo è mio."

Alcuni collettivi si sono spinti oltre. Ci sono gruppi a Milano e Bologna che sperimentano con magneti impiantati nei polpastrelli — capaci di percepire campi elettromagnetici, trasformando la pelle in un sensore — e altri che costruiscono dispositivi indossabili DIY pensati specificamente per confondere i sistemi di riconoscimento biometrico. Maschere termiche che alterano la firma infrarossa del volto, guanti con pattern di interferenza per i lettori di impronte digitali.

La logica è semplice: se il capitalismo della sorveglianza vuole il tuo dato biometrico, tu gli dai rumore.

La comunità: tra centri sociali e forum criptati

La scena italiana dei biohacker radicali non ha un centro ufficiale, ovviamente. Si organizza su canali Telegram cifrati, forum accessibili via Tor, incontri fisici in spazi occupati o in appartamenti privati. Il livello di segretezza varia: alcuni collettivi sono abbastanza aperti e si presentano come laboratori di ricerca autonoma sul corpo; altri operano con discrezione perché alcune delle loro pratiche si muovono in zone grigie — o direttamente fuorilegge.

In Italia, impiantare dispositivi non omologati senza supervisione medica è tecnicamente illegale, e chi pratica queste modifiche su altri rischia accuse che vanno dalle lesioni personali all'esercizio abusivo della professione sanitaria. Eppure la comunità cresce. "Il proibizionismo corporeo è l'ultima frontiera del controllo," dice Valentina, attivista di un collettivo romano che preferisce restare anonimo. "Ti dicono che non puoi modificare il tuo corpo senza il permesso di qualcuno. È la stessa logica con cui criminalizzano l'aborto, le droghe, il sesso."

Il parallelo non è casuale: molti biohacker italiani vengono da ambienti di attivismo queer, femminista o anticapitalista. Per loro, l'automodificazione corporea non è un hobby tech ma un'estensione coerente di una visione politica che mette l'autonomia individuale al centro.

DIY o morte: la filosofia dell'autosufficienza tecnologica

Uno degli aspetti più affascinanti — e contraddittori — di questa scena è il rapporto con la tecnologia. I biohacker radicali non sono né luddisti né tecno-ottimisti acritici. Diffidano delle grandi aziende, rifiutano i dispositivi proprietari, costruiscono da zero quello che usano.

Nei loro laboratori si trovano stampanti 3D per produrre involucri per i dispositivi, saldatori, componenti elettronici recuperati o acquistati su mercati grigi online. Alcuni gruppi hanno sviluppato protocolli propri per testare la biocompatibilità dei materiali — procedure artigianali che cercano di replicare, con mezzi limitati, gli standard dell'industria medicale.

È rischioso? Indubbiamente. Ma loro lo sanno, e lo accettano come parte del patto. "Ogni volta che vai dal medico per qualcosa che non è strettamente necessario, ti esponi a un sistema che monetizza il tuo corpo," spiega Lorenzo, ingegnere elettronico di giorno e grinder di notte. "Noi cerchiamo di uscire da quel sistema. Il rischio è parte dell'autonomia."

Questa postura ricorda da vicino quella dei biohacker dei centri sociali già raccontati su queste pagine — quelli che fanno ricerca nei garage — ma con una differenza sostanziale: qui il laboratorio è il corpo stesso. Non c'è separazione tra il ricercatore e il soggetto della ricerca.

Arte, corpo e resistenza: dove finisce il confine

Non tutti i biohacker italiani si definiscono attivisti politici. Alcuni si avvicinano a questa pratica da una prospettiva più vicina alla body art, alla tradizione delle performance estreme che in Italia ha radici profonde — da Orlan a Stelarc, figure di riferimento citate spesso nelle conversazioni di questi collettivi.

A Napoli, un gruppo che si fa chiamare Interfaccia Aperta ha organizzato performance pubbliche in cui i partecipanti mostrano le loro modifiche come opere d'arte viventi, sfidando il confine tra corpo biologico e protesi tecnologica. Il pubblico è invitato a interagire con i dispositivi impiantati tramite smartphone, trasformando la performance in un dialogo tra carne umana e protocollo digitale.

"Non vogliamo spaventare nessuno," dice una delle organizzatrici. "Vogliamo aprire una conversazione su chi possiede il corpo, chi ne decide i confini, chi stabilisce cosa è normale e cosa è deviante. Queste sono domande politiche, non mediche."

Il futuro sotto la pelle

Mentre le grandi aziende tech investono miliardi in interfacce cervello-computer — Neuralink di Elon Musk è l'esempio più noto — i grinder italiani guardano a questi sviluppi con un misto di interesse e sospetto. La direzione è la stessa, ma le motivazioni sono opposte: Silicon Valley vuole ottimizzare il corpo per il mercato, i collettivi underground vogliono liberarlo dal mercato.

Sarà una battaglia impari? Probabilmente sì. Ma la storia delle sottoculture insegna che le idee nate ai margini hanno una strana abitudine di infiltrarsi al centro, nel tempo. E nel frattempo, in un garage di Torino, qualcuno si sta impiantando il futuro nel palmo della mano — senza chiedere il permesso a nessuno.

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