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Invisibili per scelta: come i collettivi italiani insegnano agli attivisti a scomparire dal radar digitale

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Invisibili per scelta: come i collettivi italiani insegnano agli attivisti a scomparire dal radar digitale

Photo: Rohan Raj S, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un posto a Milano — non diremo dove, ovviamente — dove ogni secondo sabato del mese si riuniscono una ventina di persone con i laptop sotto il braccio. Non è un coworking, non è una startup. È qualcosa di molto più antico nello spirito: un luogo dove si condivide sapere per sopravvivere. Sul tavolo ci sono cavi ethernet, manuali stampati in casa, e qualcuno che spiega come far sparire una traccia digitale come se stesse insegnando a fare il pane.

Benvenuti nell'underground della sicurezza informatica italiana. Un mondo fatto di collettivi informali, reti cifrate e una filosofia precisa: la privacy non è un lusso, è una forma di resistenza.

Il problema ha un nome: sorveglianza

Per capire perché questi gruppi esistono, bisogna partire da un dato scomodo. L'Italia è uno dei paesi europei con il maggior numero di intercettazioni legali — decine di migliaia ogni anno, secondo i report del Ministero della Giustizia. A questo si aggiunge la sorveglianza di massa delle piattaforme commerciali, il tracciamento pubblicitario, e un ecosistema digitale che tratta i dati personali come petrolio da estrarre.

Per un attivista — che sia un militante antifascista, un giornalista che copre la criminalità organizzata, un sindacalista in una fabbrica ostile, o semplicemente qualcuno che organizza una manifestazione — muoversi online senza consapevolezza è come camminare in piazza con un megafono che trasmette i propri spostamenti in tempo reale.

"Il problema non è la paranoia," spiega uno dei facilitatori di un collettivo romano che preferisce restare anonimo. "Il problema è che la maggior parte delle persone non sa nemmeno quante informazioni lascia ogni giorno. Il nostro lavoro è rendere visibile l'invisibile, e poi insegnare a sparire."

Workshop in cantina: la scuola dell'ombra

I cosiddetti cryptoparty — termine nato nell'ambiente hacker internazionale — in Italia hanno assunto una forma tutta propria. Non sono eventi glamour con sponsor tech, ma incontri informali che si tengono in centri sociali, circoli Arci, appartamenti condivisi, spazi occupati. L'accesso è spesso tramite passaparola, canali Telegram cifrati, o volantini distribuiti a mano durante i cortei.

I temi affrontati variano in base alle esigenze del gruppo. Si parte dalle basi — come scegliere una password decente, cosa significa davvero attivare la "modalità privata" del browser (spoiler: molto meno di quello che pensi) — per arrivare a pratiche più avanzate: l'uso di Tor per navigare senza lasciare tracce, la configurazione di VPN affidabili, la crittografia end-to-end nelle comunicazioni, l'utilizzo di sistemi operativi come Tails che non lasciano traccia sul dispositivo che li ospita.

Ma c'è un aspetto che va oltre il puramente tecnico. Molti di questi collettivi insegnano quello che nel gergo della sicurezza si chiama opsec — operational security — ovvero la disciplina di proteggere le informazioni sensibili attraverso comportamenti consapevoli. Non basta avere gli strumenti giusti: bisogna capire come si pensa, come si agisce, dove si fanno errori umani che nessun software può correggere.

Reti di supporto tecnico: i fantasmi che riparano le falle

Oltre ai workshop aperti, esiste un livello più profondo di questa infrastruttura sommersa: i collettivi di supporto tecnico che operano in modo continuativo, offrendo assistenza diretta a chi ne ha bisogno.

In alcune città italiane — Bologna, Napoli, Torino, Roma — esistono gruppi che forniscono gratuitamente servizi come la configurazione sicura di dispositivi, la bonifica di telefoni potenzialmente compromessi, la creazione di identità digitali separate per uso attivistico. Alcuni gestiscono istanze proprie di servizi decentralizzati: server di posta elettronica cifrata, istanze Mastodon o Matrix per comunicazioni sicure, mirror di siti web censurati.

"Noi non vogliamo essere eroi," dice una sviluppatrice che lavora con uno di questi collettivi nel Nord Italia. "Vogliamo essere idraulici. Qualcuno ha un problema con un tubo che perde? Noi lo aggiustiamo. Solo che il tubo è la tua sicurezza online e quello che perde sono i tuoi dati."

L'approccio è volutamente orizzontale e anti-gerarchico. Non ci sono figure di riferimento assolute, non ci sono guru. Il sapere circola, viene documentato in guide accessibili, tradotto in italiano quando la fonte è straniera, adattato al contesto locale.

Il confine tra legale e necessario

C'è una domanda che aleggia su tutto questo ecosistema: è legale? La risposta, nella maggior parte dei casi, è sì. Insegnare crittografia non è reato. Usare Tor non è reato. Configurare un server di posta privato non è reato.

Eppure, il clima politico degli ultimi anni ha reso questi spazi più cauti. Alcune pratiche — come aiutare qualcuno a creare un'identità digitale completamente separata — si muovono in zone grigie che dipendono fortemente dal contesto e dall'uso. E c'è sempre il rischio che l'etichetta di "hacker" venga usata strumentalmente per criminalizzare attività del tutto lecite.

È per questo che molti collettivi scelgono la discrezione non per nascondersi, ma per proteggere chi partecipa. "Se organizzi un evento pubblico sulla crittografia, va benissimo," spiega un attivista di lungo corso. "Ma se stai aiutando qualcuno che ha subito minacce concrete, l'ultima cosa che vuoi è pubblicizzarlo."

Cultura, non solo tecnica

Ciò che distingue questi collettivi da un semplice corso di informatica è la dimensione culturale e politica del loro lavoro. La sicurezza digitale non viene presentata come una questione tecnica neutrale, ma come una pratica politica radicata in una visione precisa del mondo.

La privacy è un diritto. La sorveglianza è un meccanismo di controllo. La conoscenza deve essere libera e accessibile. Questi principi — che affondano le radici nella cultura hacker degli anni Ottanta e Novanta, ma si intrecciano con le tradizioni del movimento operaio, dell'anarchismo, del femminismo — danno a questi spazi un'identità che va ben oltre il tecnicismo.

Non è raro che in un workshop sulla crittografia si discuta anche di filosofia politica, di storia dei movimenti sociali, di come la tecnologia sia sempre stata un campo di battaglia tra poteri e contropoteri.

Sparire è un atto creativo

C'è qualcosa di profondamente artistico, in fondo, nel progettare la propria invisibilità. Costruire un'identità digitale che non lascia tracce è un atto di scrittura al contrario: invece di creare, si cancella. Invece di pubblicare, si protegge. È una forma di estetica del silenzio in un'epoca che urla.

E forse è per questo che questi collettivi trovano casa naturale nell'underground culturale italiano, tra chi fa zine, chi suona nei centri sociali, chi dipinge muri senza firma. Tutti accomunati dalla stessa diffidenza verso chi vuole sapere tutto, catalogare tutto, monetizzare tutto.

Farsi fantasma, oggi, è una forma d'arte.

Se vuoi saperne di più, cerca un cryptoparty nella tua città. Non sarà difficile trovarlo — se sai dove guardare.

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