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Scienza senza camice: i biohacker italiani che fanno ricerca nei garage e nei centri sociali

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Scienza senza camice: i biohacker italiani che fanno ricerca nei garage e nei centri sociali

Photo: DIY biology lab fermentation mushroom mycelium biohacking workshop, via is1-ssl.mzstatic.com

La biologia non appartiene ai laboratori universitari. O almeno, non dovrebbe. Questa è la premessa — politica prima ancora che scientifica — da cui parte una galassia di collettivi italiani che praticano quella che si potrebbe chiamare scienza dal basso: ricerca empirica, sperimentazione pratica, condivisione aperta dei risultati, tutto fuori dalle istituzioni accademiche e dal loro sistema di brevetti, gerarchie e finanziamenti privati.

Li chiamano biohacker, DIY biologists, ricercatori eterodossi. Loro stessi spesso rifiutano le etichette, preferendo descriversi semplicemente come persone curiose con accesso a una centrifuga di seconda mano e una connessione a PubMed. Ma quello che stanno costruendo — lentamente, senza fondi strutturali, spesso in spazi che tecnicamente non dovrebbero ospitare attrezzature scientifiche — è qualcosa di più di un hobby.

Dove nasce la scienza clandestina

Gli spazi dove opera questa comunità sono eterogenei quanto le persone che li abitano. C'è il classico hackerspace, erede diretto della tradizione hacker degli anni Novanta, dove accanto alle stampanti 3D e ai kit Arduino sono comparsi microscopi, kit per l'elettroforesi su gel e fermentatori artigianali. C'è il centro sociale occupato che ha deciso di aprire un laboratorio aperto al quartiere, dove chiunque può imparare a fare il kefir e finire per discutere di microbioma intestinale e sovranità alimentare nello stesso pomeriggio. E ci sono i garage privati, i sottoscala trasformati in clean room improvvisate, le cucine domestiche dove la fermentazione incontra la biologia molecolare.

A Milano, il collettivo legato a uno spazio autogestito della periferia nord ha costruito nel tempo un laboratorio di biotessile che lavora con colture batteriche per produrre materiali alternativi al cuoio. A Torino, un gruppo che gravita attorno a un vecchio hackerspace storico della città sperimenta da anni con le bioplastiche da scarti agricoli locali — bucce di pomodoro, paglia di riso, vinacce. A Napoli, una rete informale di ricercatori e attivisti ambientali ha messo in piedi un progetto di biomonitoraggio partecipato che raccoglie dati sulla qualità delle acque in zone dove le istituzioni non arrivano o non vogliono arrivare.

La fermentazione come politica

Se c'è una pratica che accomuna quasi tutti questi collettivi, è la fermentazione. Non nel senso gourmet che il termine ha assunto nell'ultimo decennio — non si tratta di sourdough per appassionati benestanti — ma come punto di ingresso verso una comprensione pratica dei processi biologici e come strumento di autonomia alimentare concreta.

Imparare a fermentare significa capire cosa sono i batteri, come si riproducono, come interagiscono con il loro ambiente. Significa anche acquisire una capacità produttiva che non dipende da nessuna industria: puoi fare miso, tempeh, kombucha, aceto con attrezzatura minima e materie prime accessibili. In un contesto di crisi economica e precarietà crescente, questa autonomia ha un valore che va ben oltre il piacere gastronomico.

"La fermentazione è la forma più antica di biotecnologia", spiega una ricercatrice autodidatta attiva in un laboratorio comunitario a Brescia. "Quando insegniamo a qualcuno a fare il tempeh, non stiamo solo trasmettendo una ricetta. Stiamo demistificando la biologia, mostrando che non è una disciplina riservata agli specialisti con il camice bianco."

Biotessile e bioplastiche: la materia che si fa manifesto

Alcuni dei progetti più interessanti che emergono da questa scena riguardano i materiali. Il biotessile — prodotto attraverso colture di batteri, funghi o alghe — è diventato un terreno di sperimentazione fertile per collettivi che cercano alternative ai materiali tradizionali dell'industria della moda. Non si tratta di start-up innovative con pitch deck e round di investimento: si tratta di gruppi che lavorano lentamente, condividono protocolli aperti, documentano i fallimenti con la stessa cura con cui documentano i successi.

Il SCOBY del kombucha, trattato e essiccato, produce una membrana simile alla pelle che alcuni collettivi stanno usando per creare accessori e piccoli oggetti. Il micelio del fungo, fatto crescere su substrati di scarti organici, diventa un materiale composito che può sostituire la schiuma di poliuretano o il polistirene espanso. Sono tecnologie già esplorate a livello industriale — aziende come Bolt Threads o Ecovative esistono da anni — ma i biohacker italiani le praticano in modo radicalmente diverso: senza brevetti, con protocolli aperti disponibili a chiunque, in continuità con una tradizione artigianale locale.

Il conflitto con l'accademia

Il rapporto tra questa comunità e l'università italiana è complicato. Da un lato, molti dei biohacker più attivi hanno una formazione accademica — sono biologi, chimici, ingegneri che hanno scelto di portare le proprie competenze fuori dall'istituzione. Dall'altro, la struttura accademica italiana tende a guardare con sospetto — quando non con aperto fastidio — a chi pratica scienza al di fuori dei canali ufficiali.

Le questioni sono sia pratiche che simboliche. Sul piano pratico, esistono normative sulla manipolazione di organismi biologici che rendono alcune attività dei biohacker tecnicamente in zona grigia dal punto di vista legale — anche quando si tratta di ceppi batterici assolutamente innocui. Sul piano simbolico, la scienza fai-da-te sfida l'idea che la produzione di conoscenza legittima richieda necessariamente credenziali istituzionali, finanziamenti certificati e pubblicazione su riviste peer-reviewed.

Alcuni ricercatori universitari hanno scelto di collaborare con questi spazi in modo informale, portando strumentazione, condividendo protocolli, partecipando ai workshop senza che questo appaia sul loro curriculum. È una forma di doppia vita accademica che rivela quanto il confine tra scienza ufficiale e scienza clandestina sia più poroso di quanto sembri.

Militanza ecologista e curiosità scientifica

Ciò che distingue il biohacking italiano da quello anglosassone — più orientato al transumanesimo e al miglioramento delle performance individuali — è la sua radice politica ecologista. Qui non si parla di impiantare chip sottocutanei o di ottimizzare il proprio microbioma per essere più produttivi. Si parla di trovare alternative ai materiali estrattivi, di costruire sovranità tecnologica collettiva, di produrre conoscenza utile alle comunità invece che ai mercati.

Questo non significa che la scienza praticata nei garage e nei centri sociali sia meno rigorosa. Significa che ha obiettivi diversi. Il successo non si misura in pubblicazioni o brevetti, ma in protocolli condivisi, in workshop aperti al quartiere, in materiali che sostituiscono plastiche petrolifere in contesti dove nessuna azienda troverebbe conveniente intervenire.

La rete che tiene tutto insieme

Come per le zine e gli hackerspace, anche questa comunità vive di relazioni informali più che di strutture formali. Si incontrano agli eventi — festival di cultura hacker, fiere del riuso, raduni ecologisti — e costruiscono reti di scambio che attraversano la penisola. Un collettivo di Milano condivide un protocollo per la produzione di bioplastica con un gruppo di Palermo. Un ricercatore di Bologna passa un weekend a Torino per un workshop sulla fermentazione del miso.

L'infrastruttura digitale di questa rete è volutamente decentralizzata: forum su piattaforme autogestite, repository git aperti dove si caricano protocolli e documentazione, canali di comunicazione cifrati. Non per paranoia, ma per coerenza: se il punto è costruire autonomia tecnologica, ha senso che anche gli strumenti di comunicazione riflettano quel principio.

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