Carta e codice contro il feed: le zine italiane che non chiedono il permesso agli algoritmi
Photo: Burn_the_asylum (uploader, on 25 March 2005), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
C'è qualcosa di profondamente sovversivo in un foglio A4 piegato a metà, spillato con due punti metallici e fotocopiato in cinquanta esemplari. Non per nostalgia, non per feticismo analogico — ma perché quell'oggetto esiste al di fuori di qualsiasi infrastruttura che qualcun altro possiede. Nessun shadowban. Nessuna demonetizzazione. Nessun aggiornamento dell'algoritmo che lo fa sparire dalla circolazione.
In Italia, una costellazione di collettivi editoriali indipendenti ha deciso che questa autonomia vale più di qualsiasi reach organico. Li chiamano editori clandestini, autoproduttori, zinester — etichette che cambiano a seconda della città e della generazione, ma che descrivono la stessa pratica fondamentale: produrre cultura senza intermediari, distribuirla senza contratti, farla circolare senza aspettarsi che qualcuno la sponsorizzi.
La fanzine non è mai morta, si è solo nascosta
La tradizione italiana della zine affonda le radici nei circoli punk degli anni Ottanta, nelle fanzine hardcore di Bologna e Milano, nei bollettini anarchici che circolavano nei centri sociali occupati. Ma chi pensa che quella stagione sia finita con l'avvento di internet sbaglia prospettiva. La rete non ha ucciso la zine: l'ha moltiplicata, sdoppiata, trasformata in un oggetto ibrido che esiste contemporaneamente su carta e in formato PDF distribuito via torrent o su server autogestiti.
Collettivi come Inchiostro Storto a Torino o il progetto Meno di Zero attivo tra Napoli e Palermo producono oggi pubblicazioni che non hanno nulla da invidiare — esteticamente parlando — a certi magazine patinati. La differenza è che li trovi solo se sai dove cercare: ai tavoli degli zine fair, nelle librerie indipendenti che ti conoscono per nome, nelle cassette postali di chi si è iscritto a una mailing list gestita con Mailman su un server di proprietà del collettivo stesso.
Distribuzione come atto politico
La scelta di bypassare Amazon, Substack, Instagram e tutto il resto non è purismo tecnologico — è una posizione politica precisa. Quando distribuisci attraverso piattaforme proprietarie, accetti implicitamente le loro condizioni: i loro termini di servizio, la loro estetica, il loro ritmo. Una zine che parla di occupazioni abitative, di pratiche queer radicali o di critica antispecista non può permettersi di affidarsi a un'infrastruttura che potrebbe rimuoverla domani mattina senza spiegazioni.
È per questo che molti collettivi italiani hanno sviluppato reti di distribuzione peer-to-peer che mischiano il fisico e il digitale in modi creativi. Si usano canali Matrix o Signal per coordinare gli scambi, si organizzano distro itineranti che portano le zine da un centro sociale all'altro attraverso la penisola, si attivano scambi postali internazionali con collettivi in Spagna, in Francia, in Polonia. La logistica è artigianale, lenta, spesso caotica — e proprio per questo è inattaccabile.
"Il nostro modello di distribuzione è una rete di relazioni umane", spiega una delle persone coinvolte in un progetto editoriale underground attivo a Brescia. "Non scala, non è ottimizzato, non ha metriche. E questo è esattamente il punto."
Cosa ci finisce dentro
I contenuti delle zine italiane contemporanee riflettono la complessità del presente. Ci sono pubblicazioni interamente dedicate alla ricerca visiva — fotocopie di collage, serigrafia, xerox art che trasforma il limite tecnico in linguaggio estetico. Ce ne sono altre che funzionano come archivi di memoria collettiva: racconti di lotte, cronache di sgomberi, interviste a figure che il giornalismo mainstream non considererebbe mai degne di copertina.
E poi ci sono i manifesti, i testi teorici, le ricerche che mescolano saggistica e narrazione in modi che l'editoria tradizionale troverebbe difficilmente classificabili. Una zine può contenere allo stesso tempo una poesia, un'analisi del mercato immobiliare e le istruzioni per costruire un rilevatore di frequenze radio. Non deve rispondere a nessuna logica di mercato, non deve piacere a nessun direttore editoriale.
Il formato digitale come strumento, non come fine
Sarebbe sbagliato pensare che questi collettivi siano feticisti della carta. Molti producono versioni digitali delle loro pubblicazioni — PDF ad alta risoluzione, ebook in formato aperto, archivi navigabili su siti .onion accessibili via Tor. La differenza rispetto ai magazine digitali mainstream sta nell'infrastruttura: niente Google Analytics, niente cookie di tracciamento, niente paywall che raccolgono dati personali.
Alcuni collettivi hanno adottato soluzioni tecniche sofisticate: server autogestiti su hardware fisico, protocolli di distribuzione decentralizzata come IPFS, persino esperimenti con blockchain alternative per certificare l'autenticità delle edizioni numerate. Non è tecnoentusiasmo — è la stessa logica che porta a preferire la fotocopiatrice al print-on-demand: controllo totale sulla catena produttiva.
Zine fair: i luoghi dove la controcultura si incontra di persona
Uno degli aspetti più vitali dell'ecosistema zine italiano è la scena degli eventi dal vivo. Gli zine fair — fiere autoprodotte dove i collettivi espongono e scambiano le loro pubblicazioni — sono diventati appuntamenti fondamentali per chi abita questo mondo. Da Zinerama a Milano al Mercato delle Pulci Editoriali che si sposta tra varie città, questi eventi creano spazi fisici dove la distribuzione si intreccia con la socialità, dove si formano le reti di relazione che poi alimentano la distribuzione quotidiana.
Non si tratta di fiere del libro in miniatura. L'atmosfera è quella di un raduno di movimento: ci sono workshop di stampa risograph, performance, concerti improvvisati, presentazioni di progetti collettivi. La zine è il pretesto, la comunità è il prodotto reale.
Contro la visibilità come valore supremo
Forse la cosa più radicale che fanno queste pubblicazioni è rifiutare la logica della visibilità come metro di valore culturale. In un'epoca in cui tutto viene misurato in impression, follower e engagement, produrre cinquanta copie di qualcosa e distribuirle a cinquanta persone che le leggeranno davvero è un atto di resistenza epistemica. Non interessa essere scoperti dall'algoritmo. Interessa essere letti da chi ha scelto attivamente di cercarti.
Questo non significa chiudersi in un ghetto autoreferenziale. Significa semplicemente rifiutare di delegare il proprio valore culturale a una macchina ottimizzata per massimizzare il tempo di attenzione degli utenti. Le zine italiane underground non vogliono essere virali. Vogliono essere necessarie — per le cinquanta, cento, duecento persone che le aspettano.