Dopo mezzanotte negli spazi senza nome: viaggio nei club illegali italiani che vivono nell'ombra
Photo: Warren LeMay from Chicago, IL, United States, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
L'indirizzo arriva via messaggio privato alle undici di sera. Un incrocio, un colore di porta, tre colpi da bussare. Niente nome del locale, niente evento su Facebook, niente biglietti da acquistare online. Se non conosci qualcuno che conosce qualcuno, semplicemente non ci arrivi.
Benvenuti nel circuito dei club illegali italiani — o, come preferiscono chiamarli i diretti interessati, degli spazi liberi.
Una geografia dell'invisibile
Mappare questa realtà è per definizione impossibile, ma alcune coordinate emergono se si frequenta abbastanza a lungo la scena. Milano ha la sua concentrazione nelle zone industriali della periferia nord-est, dove capannoni dismessi offrono volumi acustici impossibili da trovare in centro. Torino lavora molto nelle ex fabbriche della cintura operaia, spazi che portano ancora addosso la memoria del lavoro e la trasformano in energia da ballo. Napoli ha una tradizione propria, più caotica e imprevedibile, spesso legata a bassi e cortili dei quartieri storici che si aprono solo a chi sa come chiedere.
Ma il fenomeno non è solo metropolitano. Alcune delle esperienze più interessanti degli ultimi anni sono nate in città medie — Brescia, Bari, Catania, Ancona — dove la scarsità di spazi istituzionali ha paradossalmente stimolato più creatività. "In una città piccola non puoi permetterti di fare le cose a metà", racconta un organizzatore di un collettivo pugliese che chiameremo semplicemente M. "O costruisci qualcosa di vero oppure non viene nessuno, perché non c'è abbastanza gente da riempire un evento mediocre."
Chi organizza e come
Le crew che animano questi spazi sono strutture fluide, raramente formalizzate, spesso nate da amicizie consolidate attorno a gusti musicali condivisi. Non hanno sedi legali, non emettono fatture, non firmano contratti con i dj che invitano. Eppure molte di loro operano con una professionalità sorprendente: impianti audio curati con ossessione, selezione musicale che segue linee editoriali precise, attenzione alla sicurezza degli spazi che in alcuni casi supera quella di certi locali con licenza regolare.
Il modello economico è essenziale quanto efficace. Si chiede un contributo all'ingresso — non si chiama biglietto, si chiama contributo, distinzione non solo semantica — che copre le spese tecniche e garantisce qualcosa al collettivo per sopravvivere fino all'evento successivo. Non ci sono investitori, non ci sono soci con aspettative di rendimento. Il surplus, quando c'è, torna nello spazio o viene usato per invitare artisti altrimenti inaccessibili per questo circuito.
Il suono come manifesto
Ciò che distingue questi spazi dai semplici rave o dalle feste illegali di qualsiasi genere è la coerenza della proposta musicale. Non si tratta di mettere su musica alta in un posto dove non ci sono vicini a lamentarsi — si tratta di costruire contesti in cui certi suoni possono esistere senza compromessi.
La musica sperimentale, nella sua accezione più ampia, è la protagonista assoluta. Techno industriale che nei club commerciali dura al massimo venti minuti prima di essere ammorbidita. Set di ambient e drone che richiedono ascolto e silenzio impossibili da ottenere in un locale con l'obbligo di fatturato al bar. Noise performances che farebbero scappare metà del pubblico di qualsiasi venue mainstream. Qui questi suoni trovano non solo spazio fisico, ma un pubblico che li cerca attivamente.
Alcuni collettivi hanno sviluppato format ibridi che mescolano musica, arte visiva e performance. Un magazzino a Milano ha ospitato negli ultimi due anni eventi in cui installazioni sonore di artisti come Caterina Barbieri o Marta De Pascalis — nomi che nel frattempo hanno raggiunto circuiti internazionali — venivano affiancate a performance di giovani artisti locali completamente sconosciuti. Nessuna distinzione di status, nessuna gerarchia di palco.
Il rischio come condizione
Sarebbe ipocrita ignorare il lato oscuro di questa realtà. Il rischio legale è concreto e non riguarda solo gli organizzatori — riguarda chiunque partecipi. Le operazioni di polizia ci sono, periodicamente, e quando arrivano possono avere conseguenze serie. Il rischio di sicurezza degli spazi è altrettanto reale: edifici abbandonati spesso lo sono per buone ragioni, e la storia italiana degli ultimi decenni porta cicatrici profonde legate a tragedie in spazi non a norma.
Le crew più serie ne sono consapevoli e investono energie significative nella gestione di questi rischi. Sopralluoghi preventivi, uscite di emergenza segnalate, presenza di persone formate per il primo soccorso, limiti alla capienza rispettati anche quando significherebbe rinunciare a incassi. "Abbiamo perso soldi tante volte per non far entrare troppe persone", dice M. "Ma non abbiamo mai avuto un incidente serio. Questo conta più di qualsiasi altra cosa."
Comunità, non consumo
Quello che emerge con più forza da qualsiasi conversazione con chi frequenta o organizza questi spazi è la dimensione comunitaria. Non si va in questi posti per essere intrattenuti — si va per fare parte di qualcosa.
Le relazioni che si formano attorno a questi spazi hanno una densità difficile da trovare altrove. Persone che si conoscono da anni senza sapere i cognomi l'uno dell'altro, ma che si presentano ogni volta, che si aiutano a montare impianti, che condividono passaggi in macchina, che si scambiano musica e libri e idee. Una sociabilità pre-digitale che sopravvive dentro e attorno alla musica più contemporanea che esiste.
In questo senso, gli spazi illegali italiani fanno qualcosa che i club regolari — con tutte le loro licenze, i loro sistemi di prenotazione e le loro politiche di pricing dinamico — non riescono a fare: creano appartenenza. Non vendono un'esperienza. Costruiscono un luogo.
Cosa rimane
La maggior parte di questi spazi dura poco. Un anno, due al massimo, poi la pressione legale o logistica diventa insostenibile e ci si sposta altrove. Ma qualcosa resta sempre: le persone, le relazioni, le conoscenze tecniche accumulate, il gusto musicale affinato. E quasi invariabilmente, da queste esperienze escono nuovi organizzatori, nuovi dj, nuovi artisti che portano quello che hanno imparato nell'ombra verso altri contesti.
Alcuni dei locali più interessanti d'Italia degli ultimi anni — spazi che oggi operano legalmente, o quasi — hanno avuto le loro origini esattamente in questo circuito. Il sottosuolo non è il contrario della cultura. Spesso è il suo laboratorio più fertile.
L'indirizzo arriva a mezzanotte. Tre colpi alla porta. Dentro, qualcosa che non ha ancora un nome.