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Etere clandestino: i fantasmi italiani che trasmettono rivoluzione sulle frequenze che nessuno controlla

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Etere clandestino: i fantasmi italiani che trasmettono rivoluzione sulle frequenze che nessuno controlla

C'è un momento preciso, di notte, in cui la radio smette di essere un elettrodomestico e diventa qualcosa di più vicino a una finestra sul sottosuolo. Succede quando sintonizzi per sbaglio su una frequenza che non dovrebbe esistere, e invece lì c'è qualcuno — una voce, un disco, un segnale gracchiante che porta dentro di sé tutto il peso di chi ha deciso di trasmettere senza chiedere il permesso a nessuno.

In Italia, questa tradizione non è morta. Si è solo fatta più silenziosa, più mobile, più difficile da intercettare — nel senso letterale del termine.

Il ritorno delle onde corte

Mentre il dibattito pubblico si concentra su podcast, streaming e piattaforme digitali, una piccola galassia di collettivi ha riscoperto le onde corte come strumento di resistenza. Le onde corte — quelle frequenze tra i 3 e i 30 MHz che un tempo portavano le voci di Radio Mosca, Radio Tirana e dei missionari in tutto il mondo — hanno una proprietà fisica che le rende uniche: rimbalzano sulla ionosfera e possono coprire distanze enormi con trasmettitori relativamente economici e portatili.

Un collettivo attivo nel Nord-Est, che preferisce non essere nominato neanche con uno pseudonimo collettivo, ha riattivato un trasmettitore da 50 watt che trasmette su frequenze variabili ogni settimana. "Cambiamo frequenza ogni sette giorni", racconta uno dei membri durante un incontro in un capannone dismesso vicino a Mestre. "Non per paranoïa, ma per principio. La mobilità è già un messaggio politico."

Il palinsesto — se così si può chiamare — mischia registrazioni di concerti noise mai distribuiti, letture di testi anarchici degli anni Settanta, field recording da fabbriche abbandonate e musica elettronica sperimentale prodotta in ambienti domestici. Niente jingle, niente pubblicità, niente orari fissi. Il segnale arriva quando arriva, e chi lo trova sa già che sta ascoltando qualcosa che non era pensato per lui in modo esclusivo, ma per chiunque abbia ancora la curiosità di girare la manopola.

FM fantasma: stazioni effimere nelle periferie

Diverso il discorso per le trasmissioni in FM, che operano in modo ancora più precario e furtivo. Qui la copertura è locale — pochi chilometri al massimo — ma l'impatto può essere sorprendentemente intenso. Diverse esperienze segnalate negli ultimi anni a Palermo, Napoli e nelle province lombarde seguono uno schema simile: un trasmettitore FM da pochi watt, un'antenna sistemata su un tetto o su un albero, un laptop con una scaletta preparata in anticipo, e poi via — qualche ora di trasmissione prima di smontare tutto e sparire.

A Palermo, un gruppo di musicisti legati alla scena post-punk locale ha organizzato quello che definiscono "concerti invisibili": performance registrate in tempo reale e trasmesse in FM su frequenze non assegnate, con la posizione comunicata solo attraverso canali cifrati a una cerchia ristretta di ascoltatori. "La radio pirata non è nostalgia", dice una delle protagoniste di queste esperienze, che si fa chiamare semplicemente Mara. "È il modo più immediato per capire che lo spazio sonoro è conteso quanto quello fisico. Le frequenze sono territorio."

La memoria come trasmissione

Uno degli aspetti più affascinanti di questo fenomeno è il rapporto con la memoria. Molti di questi collettivi non trasmettono solo musica nuova: mandano in onda archivi sonori che altrimenti rischierebbero di scomparire. Registrazioni di assemblee nei centri sociali degli anni Novanta, interviste a militanti, concerti di band che non hanno mai inciso un disco ufficiale, jingle di radio libere chiuse dalla legge Mammì nel 1990.

C'è qualcosa di quasi necromante in tutto questo — la stessa ossessione per il recupero della memoria ribelle che attraversa tutta la controcultura italiana contemporanea, ma applicata allo spettro elettromagnetico invece che alle pagine di carta. Se le zine stampano la rivoluzione a bassa tiratura, queste stazioni la trasmettono nell'etere a bassa potenza, con la stessa logica artigianale e lo stesso disprezzo per la scalabilità come valore assoluto.

A Bologna, un progetto chiamato "Archivio Aperto delle Frequenze" ha sistematizzato questo approccio in modo più strutturato: raccolgono registrazioni da tutta Italia, le digitalizzano, le catalogano e poi le rimandano in onda su frequenze diverse in momenti imprevedibili. L'obiettivo dichiarato è creare "un archivio che non sta fermo", una biblioteca sonora in perpetuo movimento che non possa essere sequestrata né indicizzata.

La dimensione tecnica come atto politico

Sarebbe un errore leggere queste esperienze solo come romanticismo tecnologico o nostalgia per un'epoca pre-digitale. La scelta delle onde radio rispetto alle piattaforme streaming ha una logica precisa: la radio è unidirezionale, non traccia gli ascoltatori, non costruisce profili, non alimenta algoritmi. Chi ascolta è anonimo per definizione. Chi trasmette può essere rintracciato — è questa la parte rischiosa — ma l'ascolto è libero in un senso che Spotify non potrà mai garantire.

"Ogni volta che usi una piattaforma per ascoltare musica, stai consegnando dati", spiega un tecnico che ha aiutato diversi collettivi a costruire i propri trasmettitori. "Con la radio, l'unico dato che produci è il fatto di avere un ricevitore acceso. È una differenza enorme."

Questa consapevolezza tecnica si traduce anche in un'attenzione quasi maniacale alla sicurezza operativa. I trasmettitori vengono costruiti con componenti acquistati in modo anonimo, le scalette non vengono mai scritte su dispositivi connessi alla rete, i luoghi di trasmissione cambiano continuamente. Non è paranoia da film di spionaggio: è la risposta razionale a un quadro normativo che prevede sanzioni severe per le trasmissioni non autorizzate.

Frequenze come comunità

Forse la cosa più sorprendente di questo piccolo ecosistema è quanto riesca a creare senso di comunità nonostante — o forse grazie a — la sua natura effimera. Chi riesce a sintonizzarsi su una di queste stazioni fantasma condivide con gli altri ascoltatori un'esperienza che non può essere riprodotta, archiviata o condivisa sui social. Esiste solo nel momento in cui accade, e poi svanisce.

C'è qualcosa di profondamente antimoderno in questo, nel senso migliore del termine. In un'epoca in cui tutto viene documentato, condiviso, archiviato e monetizzato, la radio pirata offre un'esperienza che per definizione sfugge alla logica dell'accumulazione. Non puoi costruire un seguito su TikTok con una trasmissione che nessuno sa quando e dove avverrà. Non puoi vendere merchandising a un pubblico che non sa di essere un pubblico.

Ed è esattamente questo il punto.

L'etere clandestino italiano non è un fenomeno di massa e probabilmente non vuole esserlo. È una rete di pratiche disperse, un arcipelago di voci che si accendono e si spengono senza chiedere visibilità né riconoscimento. È musica che esiste perché qualcuno ha deciso che doveva esistere, indipendentemente da qualsiasi logica di mercato o di consenso.

La prossima volta che girate la manopola di una vecchia radio e sentite qualcosa di strano su una frequenza che non dovrebbe avere niente — potrebbe essere statica, potrebbe essere interferenza, o potrebbe essere qualcuno che vi sta parlando dall'unico spazio rimasto davvero libero.

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