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Rumore sacro: gli alchimisti del noise italiano che erigono templi sonori nei seminterrati

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Rumore sacro: gli alchimisti del noise italiano che erigono templi sonori nei seminterrati

Photo: furibond, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

C'è un posto a Bologna — non diremo dove, perché probabilmente non esiste più nel momento in cui leggete queste righe — dove ogni secondo sabato del mese il soffitto trema. Non per un guasto strutturale, non per un sisma. Trema perché qualcuno, sotto, sta costruendo una cattedrale con il rumore.

Nessuna melodia. Nessun ritmo nel senso convenzionale del termine. Solo strati di frequenze che si accumulano come sedimenti geologici, feedback che disegnano architetture nell'aria, distorsioni che raccontano storie che le parole non riuscirebbero mai a contenere. Benvenuti nella scena noise italiana: uno degli angoli più ostici, più onesti e più radicalmente liberi dell'intera produzione musicale contemporanea del paese.

Il suono come materia grezza

Parlare di "musica" noise con chi la pratica è già un atto politico. Molti di loro rifiutano la parola. Preferiscono termini come pratica sonora, scultura acustica, o più semplicemente: lavoro. Perché di lavoro si tratta, anche se non assomiglia a niente di quello che ci hanno insegnato a riconoscere come tale.

Giorgio, che opera sotto il nome di progetto Coda Nera e vive in un appartamento nel quartiere Pigneto di Roma, costruisce i propri strumenti da pezzi di elettronica riciclata. Vecchi registratori a cassette con i meccanismi alterati, circuiti stampati di televisori anni Ottanta riprogrammati con saldatore e intuizione, pedali per chitarra svuotati e riempiti di componenti che non avrebbero mai dovuto stare insieme. "Il suono che esce da una macchina rotta mi dice più verità di qualsiasi accordo perfetto," dice. "La perfezione è una bugia che il mercato ha venduto alla musica."

Questo approccio DIY radicale non è una scelta estetica isolata: è una posizione filosofica. Costruire i propri strumenti significa rompere la catena di dipendenza dal consumo, significa che il suono nasce da un rapporto fisico, quasi corporeo, con la tecnologia. Significa che ogni performance è irripetibile perché i circuiti cambiano, si degradano, reagiscono in modo imprevedibile.

Le radici profonde dell'avanguardia italiana

Sarebbe un errore pensare che questa scena nasca dal nulla. L'Italia ha una tradizione nell'avant-garde musicale che pochissimi paesi possono vantare. I futuristi di inizio Novecento, con Luigi Russolo e il suo L'arte dei rumori del 1913, avevano già capito tutto: il rumore industriale, il caos urbano, il fragore del mondo moderno erano materiale musicale legittimo. Anzi, erano il materiale musicale del futuro.

Decenni dopo, la scena dell'improvvisazione radicale italiana degli anni Settanta — collettivi come il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza a Roma — aveva portato queste idee in territori ancora più estremi, mescolando elettronica, musica concreta e libertà totale di esecuzione. E poi c'è la tradizione del cinema: Ennio Morricone che sperimenta con suoni concreti, Lucio Fulci che affida le sue colonne sonore a compositori disposti a fare cose che il pubblico non avrebbe capito.

I noise maker italiani di oggi conoscono questa storia. La portano addosso come una genealogia orgogliosa, anche quando la tradiscono deliberatamente.

Geografie del rumore: da Milano a Palermo

La scena non è concentrata in un solo posto, e questa dispersione è parte della sua forza. Milano ha una comunità di praticanti del noise industriale che si muove intorno a spazi occupati e laboratori autogestiti nel quadrante nord-est della città. Torino — con la sua storia di fabbrica e di musica elettronica sperimentale — ospita collettivi che lavorano sulla relazione tra suono e memoria operaia. Napoli ha sviluppato un approccio più viscerale, più fisico, dove il noise si mescola con tradizioni popolari deformate fino all'irriconoscibilità.

E poi c'è la Sicilia. Palermo in particolare, con la sua stratificazione storica e la sua capacità di assorbire e rigurgitare culture, ha prodotto alcuni dei progetti più radicali degli ultimi anni. Larsen Palermo — un collettivo informale che prende il nome dal fenomeno di feedback acustico — organizza performance in chiese sconsacrate, magazzini portuali abbandonati, qualsiasi spazio che abbia un'acustica interessante e nessuna autorizzazione da chiedere.

"Ci piacciono i posti che hanno già sentito troppe cose," racconta una delle fondatrici del collettivo, che preferisce non essere nominata. "Un magazzino del porto ha assorbito decenni di urla, di motori, di voci. Quando suoniamo lì, stiamo dialogando con tutto quello che le mura ricordano."

Performance come rito collettivo

Assistere a un concerto noise — se si può chiamare così — è un'esperienza che richiede una certa disponibilità a lasciarsi destabilizzare. Non c'è un palco nella maggior parte dei casi, o se c'è il performer ci sta sopra in modo ambiguo, quasi a disagio. Il pubblico non sa bene dove guardare. Il volume può diventare fisicamente opprimente. La durata è spesso indefinita: si inizia quando si inizia, si finisce quando sembra giusto farlo.

Eppure chi frequenta questi eventi regolarmente parla di qualcosa che assomiglia a una forma di meditazione estrema. Quando le frequenze basse ti attraversano il petto e il cervello smette di cercare pattern melodici familiari, succede qualcosa. La soglia tra ascoltatore e suono si assottiglia. È una delle poche esperienze musicali rimaste che non si può consumare passivamente.

Marta Ferroni, che gestisce un piccolo archivio di registrazioni noise italiane a Firenze e ha documentato la scena per quasi quindici anni, usa una metafora precisa: "È come entrare in un posto buio. All'inizio non vedi niente e vuoi scappare. Poi gli occhi si adattano e cominci a vedere cose che non avresti mai notato alla luce."

Il rifiuto del mercato come pratica artistica

Uno degli aspetti più interessanti — e più sovversivi — della scena noise italiana è il suo rapporto ostinatamente conflittuale con qualsiasi forma di commercializzazione. Non per purismo ideologico astratto, ma per una consapevolezza concreta: appena qualcosa di questo tipo viene assorbito dall'industria culturale, muore. Non metaforicamente. Letteralmente.

Le registrazioni circolano su cassette duplicate in tirature di venti, trenta copie. I concerti vengono annunciati con poche ore di anticipo attraverso canali che cambiano continuamente. I nomi dei progetti mutano, si moltiplicano, si dissolvono. È un'ecologia della scarsità deliberata, un antidoto all'accumulo e alla visibilità permanente che i social media impongono come unica forma di esistenza culturale legittima.

In un momento in cui ogni scena underground finisce per diventare un'estetica da vendere, questa resistenza strutturale alla visibilità è forse la cosa più punk che esista. Non la musica in sé — anche se quella è straordinaria — ma il sistema di relazioni, di circolazione, di rifiuto che la circonda.

Costruire nel buio

La cattedrale sonora nei seminterrati non ha guglie che si vedono dall'esterno. Non ha turisti in fila. Non ha una biglietteria. Esiste per chi la trova, per chi è disposto a cercarla, per chi riesce a stare dentro un suono scomodo abbastanza a lungo da capire che quell'incomodità è il punto.

I produttori di noise italiani stanno facendo qualcosa di raro: stanno costruendo un patrimonio culturale che per sua natura non vuole essere patrimonializzato. Stanno creando arte che resiste attivamente alla propria storicizzazione. È una contraddizione bellissima, e come tutte le contraddizioni bellissime, è l'unico posto dove vale davvero la pena stare.

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