Sinfonie del macello: i compositori italiani che trasformano i rifiuti urbani in orchestre impossibili
Photo: John Lloyd Fillingham, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un suono che non si trova su Spotify. Non ha copertina, non ha playlist, non ha hype. È il suono di una bombola del gas semivuota percossa con un bullone arrugginito in un capannone di Sesto San Giovanni alle due di notte. È il suono di trecento bottiglie di PET riempite d'acqua a diverse altezze disposte in cerchio in un ex mattatoio di Torino. È il suono dell'Italia che non viene mai mostrata nelle brochure turistiche — quella industriale, quella periferica, quella che si smaltisce e si dimentica.
Benvenuti nella scena della musica concreta spazzatura. O, se preferite il termine che alcuni compositori usano tra di loro con un misto di ironia e orgoglio: l'orchestrazione del macello.
Strumenti che non dovrebbero esistere
Il punto di partenza, per capire di cosa stiamo parlando, è semplice quanto radicale: ogni oggetto produce suono. Ogni superficie, ogni cavità, ogni materiale ha una voce propria. La musica concreta lo sa da Pierre Schaeffer in poi, ma quello che sta succedendo in alcune città italiane va oltre la semplice registrazione e manipolazione di suoni ambientali. Qui si costruisce. Si progetta. Si lutheggia, se vogliamo usare un termine anacronistico con tutta la sua carica sovversiva.
Prendi il caso di Ferro Vivo, collettivo milanese che opera tra Quarto Oggiaro e la zona industriale di Sesto. Il loro arsenale sonoro comprende: pannelli di lamiera da cantiere trasformati in gong tramite saldature selettive, tubi di scarico automobilistico montati su strutture di legno recuperato che fungono da organi a fiato suonati con compressori riciclati, e una batteria costruita interamente da cassette di frutta in legno e bidoni dell'immondizia in metallo. Non è teatro, non è performance art nel senso snob del termine. È musica. Strutturata, pensata, eseguita con una precisione che farebbe impallidire certi ensemble da camera.
"La gente pensa che usiamo la spazzatura perché non possiamo permetterci strumenti veri", dice uno dei fondatori del collettivo, che preferisce non essere nominato. "In realtà è esattamente il contrario: abbiamo scelto di non usare strumenti veri perché quelli veri hanno già troppe aspettative incollate addosso."
La tradizione che non si insegna al conservatorio
Sarebbe sbagliato presentare questo movimento come qualcosa di completamente nuovo. L'Italia ha una tradizione, spesso rimossa o ignorata dai libri di storia ufficiale, di sperimentazione con materiali non convenzionali. I futuristi e la loro intonarumori di Luigi Russolo sono il riferimento obbligatorio — macchine rumoristiche costruite a mano agli inizi del Novecento per produrre suoni meccanici, industriali, "brutti" per l'estetica borghese dell'epoca. Russolo voleva portare il rumore della città moderna dentro le sale da concerto. Cent'anni dopo, qualcuno sta portando i detriti della città moderna a costruire le sale da concerto stesse.
A Bologna, nel quartiere Bolognina, opera da qualche anno il progetto Cantiere Aperto, una sorta di laboratorio permanente dove artisti sonori, musicisti sperimentali e semplici curiosi si ritrovano per costruire e suonare strumenti ricavati da materiali di scarto industriale. La connessione con Russolo è esplicita e rivendicata, ma l'approccio è completamente diverso: dove il futurismo celebrava la macchina e la velocità, Cantiere Aperto interroga la macchina, ne esplora le conseguenze, usa il suono come forma di elaborazione critica.
Protesta ecologica o estetica del fallimento?
Qui le cose si complicano in modo interessante. Perché c'è un dibattito interno a questa scena, acceso e produttivo, su cosa significhi davvero usare materiali di scarto per fare musica.
Da un lato c'è la lettura ecologista-politica: usare rifiuti come materia prima significa denunciare il sistema produttivo che li genera, significa rendere visibile (o meglio, udibile) il costo ambientale della società dei consumi. Ogni lattina suonata è un atto d'accusa. Ogni lastra di metallo arrugginito è una testimonianza. In questa visione, l'orchestra del macello è fondamentalmente un'orchestra di protesta.
Dall'altro c'è una lettura più estetica e quasi filosofica: lo scarto ha una bellezza propria, una patina del tempo, un'imperfezione che gli strumenti nuovi non potranno mai avere. Un violino costruito ieri ha il suono di un violino costruito ieri. Una bombola del gas abbandonata in un cantiere per dieci anni ha il suono di quei dieci anni. La musica che se ne ricava non è solo diversa — è irripetibile, irrecuperabile, unica nel modo più assoluto.
Esiste poi una terza posizione, forse la più radicale: quella di artisti come Marta Ziliani, compositrice bresciana che lavora principalmente con materiali raccolti nei fiumi e nelle aree industriali dismesse della Pianura Padana. Per lei, la questione non è né protesta né estetica. È sopravvivenza. "Faccio musica con quello che trovo perché sono convinta che tra cinquant'anni sarà l'unica musica possibile", ha dichiarato in una delle rare interviste concesse. "Sto solo anticipando i tempi."
Dove si ascolta questo suono
Ovviamente non nei teatri. Non nelle sale da concerto. Non nei locali con il sound system da cinquantamila euro. La scena vive in spazi che hanno in comune con la musica stessa la caratteristica di essere stati scartati: capannoni industriali dismessi, ex chiese sconsacrate, centri sociali, cortili condominiali in periferia, parcheggi sotterranei abbandonati.
A Napoli, il collettivo Scrap Orchestra — nome che dice tutto — organizza concerti mensili in location sempre diverse, sempre non autorizzate, sempre comunicate all'ultimo momento attraverso canali che sfuggono all'algoritmo. A Roma, nell'area dell'ex Dogana e nei pressi di Tor Pignattara, esistono appuntamenti settimanali dove chiunque può portare un oggetto trovato per strada e partecipare a sessioni di improvvisazione collettiva.
L'accesso è spesso gratuito o a offerta libera. Il motivo è semplice: una comunità che costruisce i propri strumenti dagli scarti non ha senso che costruisca intorno a sé le stesse barriere economiche della musica mainstream.
Il suono che viene
C'è qualcosa di profetico in tutto questo, anche se i protagonisti difficilmente userebbero questa parola. In un momento storico in cui la produzione musicale è sempre più digitalizzata, sempre più dematerializzata, sempre più liberata da qualsiasi contatto fisico con la materia, questi compositori stanno andando nella direzione esattamente opposta: verso la materia più pesante, più ingombrante, più difficile da maneggiare.
Non è nostalgia. Non è luddismo. È qualcosa di più sottile: la convinzione che il suono abbia bisogno di resistenza fisica per dire qualcosa di vero. Che la musica prodotta da un oggetto che ha vissuto — che ha arrugginito, che si è deformato, che porta i segni del tempo e dell'uso — contenga una verità che nessun sintetizzatore, per quanto sofisticato, potrà mai replicare.
L'orchestra del macello non chiede il vostro consenso. Non aspetta di essere scoperta. Sta già suonando, in qualche capannone buio, con strumenti che domani potrebbero finire di nuovo in discarica. E forse è proprio questo il punto.