Fantasmi digitali: l'arte italiana di esistere senza esistere nella rete
Photo: Agence de presse Meurisse, Public domain, via Wikimedia Commons
C'è una frase che circola in certi ambienti difficili da nominare, in chat cifrate e forum accessibili solo a chi sa dove cercare: «Il miglior profilo è quello che nessuno può leggere fino in fondo.» Non è un consiglio tecnico. È quasi un'estetica. Una dichiarazione di poetica.
In Italia, sotto la superficie visibile dei social network e delle piattaforme di sorveglianza commerciale, esiste una galassia di collettivi, artisti e attivisti che ha fatto dell'anonimato non una scelta difensiva, ma una pratica culturale strutturata. Gente che costruisce identità come si costruiscono maschere per il carnevale: con cura, con ironia, con intenzione politica.
Non sparire, moltiplicarsi
L'errore comune è pensare che chi sceglie di essere invisibile online voglia semplicemente scomparire. Al contrario, molti dei protagonisti di questo sottosuolo digitale italiano parlano di moltiplicazione. Non un'identità cancellata, ma tante identità sovrapposte, ciascuna funzionale a uno spazio diverso della vita.
«Io ho tre nomi online,» racconta — tramite messaggio cifrato — una persona legata a un collettivo romano che preferisce non essere identificato nemmeno per città. «Uno per il lavoro militante, uno per i progetti artistici, uno che uso solo per ascoltare musica e leggere. Non si toccano mai. È come avere tre appartamenti in tre quartieri diversi: in ciascuno sei una versione diversa di te stesso, ma sei sempre tu.»
Questa frammentazione dell'identità, che in psicologia potrebbe suonare come un campanello d'allarme, in questi contesti viene rivendicata come salute mentale digitale. La logica è semplice: se un'unica identità centralizzata è un punto di vulnerabilità, distribuirsi significa ridurre il rischio. Ma c'è di più — c'è un'idea che attraversa questi collettivi secondo cui la coerenza identitaria imposta dai social network è essa stessa una forma di controllo.
La VPN non basta: strategie a strati
Chi si avvicina a questi ambienti per la prima volta spesso arriva con una comprensione superficiale degli strumenti: una VPN, magari Tor, qualche account usa-e-getta. I collettivi più strutturati guardano a queste soluzioni con un sorriso paziente. Non perché siano inutili, ma perché sono solo il primo gradino.
I workshop che alcuni collettivi — soprattutto nell'area lombarda e in alcune città del Sud — organizzano periodicamente in spazi occupati o centri sociali affrontano quello che chiamano «igiene digitale stratificata». Si parte dalla separazione hardware: dispositivi diversi per contesti diversi, mai mescolare. Si passa alla gestione delle connessioni: VPN annidati su Tor, server DNS indipendenti, uscite geografiche variate. Poi arriva la parte più sottile: la costruzione del personaggio.
«Un'identità falsa che viene usata in modo coerente diventa reale,» spiega un'attivista che fa parte di un collettivo femminista del Nord-Est. «Non nel senso che inganna chiunque, ma nel senso che ha una storia, delle abitudini, dei gusti. Se crei un account e lo usi solo per mandare comunicati, è trasparente come un foglio di cellophane. Se invece ci costruisci dentro una persona — con letture, con preferenze musicali, con piccole contraddizioni — quella persona diventa credibile.»
Qui l'attivismo incontra l'arte. Costruire un'identità alternativa coerente richiede le stesse competenze di uno scrittore che crea un personaggio, o di un attore che abita un ruolo per mesi.
Il nome come manifesto
La scelta del pseudonimo non è mai casuale in questi ambienti. C'è una tradizione lunga — che attraversa il movimento operaio, i partigiani, la controcultura anni Settanta — di dare ai nomi di battaglia un peso simbolico preciso. Nomi che dichiarano qualcosa, che si portano addosso una storia o un'ironia.
Oggi quella tradizione si è spostata online, mescolandosi con la cultura dei nickname dei videogiochi, con i meme, con i riferimenti letterari. Si trovano pseudonimi presi da romanzi di Philip K. Dick, da personaggi della mitologia greca riletti in chiave queer, da termini tecnici della crittografia trasformati in nomi propri. Ogni scelta racconta qualcosa di chi la fa — ma solo a chi sa leggere i codici giusti.
«Il mio nome online viene da un concetto della topologia matematica,» dice qualcuno che partecipa a un forum underground di arte digitale. «Significa qualcosa come 'il punto che non appartiene a nessun insieme'. Mi sembrava perfetto.»
Sorveglianza come paesaggio
Perché tutto questo, nel 2024? Perché l'urgenza sembra crescere invece di diminuire?
La risposta che si sente ripetere in questi ambienti non riguarda solo la repressione politica diretta — arresti, dossier, schedature. Riguarda qualcosa di più diffuso e per certi versi più inquietante: la normalizzazione della profilazione commerciale come infrastruttura sociale. Il fatto che ogni clic, ogni like, ogni pausa di tre secondi su un video costruisca un ritratto di te che poi viene venduto, analizzato, usato per orientare non solo la pubblicità ma l'informazione che ricevi, le opinioni che ti vengono proposte, la realtà che ti viene mostrata.
«Non mi nascondo dalla polizia,» dice con franchezza un membro di un collettivo milanese. «Mi nascondo da Google. Mi nascondo da Meta. Mi nascondo dall'idea che la mia intera esistenza possa essere ridotta a un profilo consumatore. Questo mi sembra il gesto politico più radicale che posso fare ogni giorno.»
L'invisibilità come forma d'arte collettiva
Alcuni di questi collettivi hanno spinto la riflessione ancora più in là, trasformando le pratiche di anonimato in vere e proprie installazioni concettuali. Ci sono stati progetti — documentati solo in forma anonima, ovviamente — in cui gruppi di persone hanno costruito identità digitali elaborate e le hanno poi abbandonate simultaneamente, lasciando nella rete tracce di vite che non sono mai esistite. Una specie di hauntologia applicata al digitale: fantasmi costruiti a mano, lasciati a vagare.
Altri hanno organizzato quello che chiamano «scambi di identità»: per un periodo limitato, due persone gestiscono reciprocamente i profili dell'altra, seguendo linee guida concordate. Il risultato è una decostruzione pratica dell'idea che un account online corrisponda a una persona reale e stabile.
Sono esperimenti che fanno sorridere, ma che pongono domande serie: chi sei online? Quanto di quello che mostri è costruito? Quanto di quello che gli altri vedono corrisponde a qualcosa di reale? E soprattutto — chi decide cosa è reale?
Resistenza quotidiana
Al di là degli esperimenti artistici, la maggior parte di chi pratica l'invisibilità digitale in Italia lo fa in modo molto meno spettacolare. È una scelta quotidiana, fatta di piccoli gesti: non usare il nome vero, non collegare account diversi, non accettare cookie, usare motori di ricerca alternativi, comunicare su canali cifrati anche per cose banali — proprio per normalizzare la cifratura e non renderla sospetta per il solo fatto di essere usata.
È una resistenza che non fa notizia, che non finisce sui giornali, che non produce eroi. Ma che, secondo chi la pratica, è forse la forma più concreta di opposizione disponibile a chiunque abbia uno smartphone e la voglia di usarlo in modo diverso.
«Ogni volta che non do i miei dati a una piattaforma,» conclude l'attivista del Nord-Est, «è come non pagare il pizzo. Piccolo, invisibile, quotidiano. Ma è mio.»
E forse è proprio in questa ordinarietà radicale che sta la forza di questi fantasmi digitali italiani: non urlano, non si mostrano, non chiedono visibilità. Esistono — frammentati, multipli, irriducibili — proprio nel modo in cui il sistema non riesce a contare.