Il potere del niente: quando gli artisti italiani scelgono il vuoto come atto politico
Photo: Dietmar Rabich, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un paradosso che circola nei centri sociali, nei capannoni dismessi e nelle chat cifrate dell'underground italiano: l'atto più radicale che un artista possa compiere oggi non è urlare, non è invadere, non è saturare ogni superficie disponibile con la propria presenza. È sparire. Ritirarsi. Lasciare la stanza vuota e aspettare che qualcuno ci faccia i conti.
Mentre il mondo dello scroll infinito premia chi produce di più, chi si mostra di più, chi occupa più spazio nel feed altrui, un manipolo di creativi sparsi tra Napoli, Torino, Palermo e la provincia profonda ha scelto la direzione opposta. Il vuoto non come resa, ma come tattica. Il silenzio non come assenza di idee, ma come forma d'arte compiuta.
La stanza che non risponde
Prendiamo il progetto Stanza Chiusa del collettivo torinese Interno Zero, attivo dal 2019 nei margini del circuito artistico alternativo. L'operazione è brutalmente semplice: affittano uno spazio espositivo, lo pubblicizzano regolarmente, invitano il pubblico — e poi non ci mettono nulla. Nessuna opera, nessun artista presente, nessuna didascalia. Solo quattro muri bianchi e il ronzio del neon.
La prima volta, il pubblico si è incazzato. Qualcuno ha chiesto il rimborso dell'ingresso (che era gratuito). Qualcun altro ha passato venti minuti a cercare qualcosa che non c'era, convinto di aver perso un'opera nascosta. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato: le persone hanno iniziato a parlare tra loro. A commentare il vuoto. A riempirlo con le proprie proiezioni, le proprie ansie, il proprio bisogno di consumare cultura anche quando la cultura si rifiuta di essere consumata.
«Non abbiamo fatto niente», dice uno dei membri del collettivo, che preferisce restare anonimo. «E quella è stata la cosa più difficile che abbiamo mai fatto. Perché il niente ha una grammatica complicatissima. Devi scegliere esattamente quale tipo di niente vuoi essere.»
Il silenzio come sabotaggio
Non è una novità assoluta, certo. La tradizione del vuoto nell'arte contemporanea ha radici profonde — da Yves Klein con il suo Le Vide del 1958 fino alle pratiche minimaliste e concettuali degli anni Settanta. Ma quello che sta succedendo nell'underground italiano di oggi ha una carica politica diversa, più urgente, più legata al contesto specifico in cui viviamo.
Siamo in un'epoca in cui ogni piattaforma social penalizza algoritmicamente chi non pubblica abbastanza. In cui un artista che non ha un profilo aggiornato è come se non esistesse. In cui la produzione continua è diventata un obbligo morale travestito da opportunità. Scegliere il vuoto in questo contesto non è nostalgia per un'epoca predigitale — è un atto di sabotaggio preciso, consapevole, chirurgico.
Il collettivo palermitano Assenza Presente lavora su questo piano da anni. Le loro performance urbane consistono nell'occupare spazi pubblici — piazze, mercati, stazioni — senza fare nulla di visibile. Un gruppo di persone che si ferma, che non parla, che non distribuisce volantini, che non fa gesti simbolici. Sono lì. E poi non ci sono più. Nessuna documentazione, nessuna foto, nessun post. L'unica traccia è nei ricordi di chi li ha incrociati per caso.
«La documentazione è una forma di controllo», spiegano in uno dei rari testi che hanno distribuito in forma cartacea, in tiratura limitatissima. «Quando documenti qualcosa, lo consegni all'archivio del potere. Noi vogliamo che le nostre azioni esistano solo nella memoria imperfetta delle persone. Che si degradino, che si trasformino, che diventino mito o leggenda o niente.»
Il corpo che non si mostra
C'è poi una dimensione più corporea di questa estetica dell'assenza. Alcuni artisti italiani stanno esplorando la performance come atto di sparizione fisica — non la presenza del corpo nello spazio, ma la sua sottrazione deliberata.
La performer napoletana che lavora sotto il nome di Lacuna (e di cui si sa pochissimo, per scelta) ha sviluppato una serie di lavori in cui il pubblico viene invitato ad assistere a una performance che non avverrà. Riceve un indirizzo, un orario, istruzioni precise su come arrivarci. Arriva. E trova solo un foglio con scritto: «Ero qui prima di voi. Sono già andata.»
L'effetto è straniante in modo quasi fisico. Il pubblico si trova a fare i conti con la propria aspettativa, con il proprio desiderio di essere intrattenuto, con la frustrazione di aver investito tempo e attenzione in qualcosa che ha rifiutato di materializzarsi. È scomodo. È irritante. Ed è esattamente il punto.
«Viviamo in una cultura che trasforma tutto in spettacolo», ha detto Lacuna in una delle rarissime interviste che ha concesso, a una piccola rivista cartacea di Napoli. «Anche la sofferenza, anche la rivolta, anche la morte. Io voglio fare una cosa che non si possa trasformare in spettacolo. Che non si possa postare. Che non si possa vendere. L'unica cosa che resiste a tutto questo è il vuoto.»
Architetture del non-detto
Il vuoto come medium non riguarda solo le performance o le installazioni. Alcuni collettivi lo stanno applicando anche alla scrittura, alla musica, alla comunicazione visiva.
Il gruppo editoriale underground Pagina Bianca, attivo tra Milano e Bologna, pubblica riviste in cui alcune pagine sono deliberatamente lasciate vuote — non per errore tipografico, ma come contenuto. Le pagine bianche sono numerate, hanno un titolo, fanno parte dell'indice. Sono articoli che hanno scelto di non esistere.
In campo musicale, il progetto ambient-noise Silenzio Industriale di un producer romano ha pubblicato un album di 47 minuti in cui i silenzi tra i suoni occupano più spazio dei suoni stessi. Non è ambient nel senso tradizionale — è una mappa del non-suono, un'architettura costruita attorno alle pause.
Resistere smettendo di produrre
C'è qualcosa di profondamente eversivo in tutto questo, e non è difficile capire perché. Il sistema economico e culturale contemporaneo si regge sulla produzione incessante. L'artista che si ferma, che tace, che lascia lo spazio vuoto, non sta solo facendo una scelta estetica — sta rifiutando di partecipare a una logica estrattiva che trasforma la creatività in merce, l'attenzione in valuta, l'esistenza in performance.
Non è passività. È la forma più attiva di resistenza che questi artisti abbiano trovato: quella che non può essere cooptata, monetizzata, trasformata in contenuto sponsorizzato. Il vuoto non si può vendere. Il silenzio non si può cliccare. L'assenza non genera engagement.
E forse è proprio per questo che fa così paura a chi controlla i feed.