Sabotatori di feed: i collettivi italiani che fanno impazzire gli algoritmi per liberare la cultura dal controllo invisibile
Photo: hacker underground digital art neon code Italy collective, via www.dhresource.com
Immagina di svegliarti la mattina, aprire Spotify e trovare nella tua playlist personalizzata un brano di noise industriale registrato in un garage di Taranto accanto a un pezzo di musica concreta composto da una studentessa dell'Accademia di Belle Arti di Bologna. Non perché l'algoritmo abbia finalmente sviluppato un gusto raffinato, ma perché qualcuno — da qualche parte — ha deliberatamente lavorato per farlo succedere.
Benvenuti nel mondo della guerriglia algoritmica all'italiana.
Il nemico invisibile ha un nome: il sistema di raccomandazione
Prima di capire come si sabota qualcosa, bisogna capire cosa si sabota. Gli algoritmi di raccomandazione — quelli che decidono cosa ti appare nel feed di Instagram, cosa ti suggerisce Spotify, quali video YouTube ti propina dopo l'altro — non sono neutri. Sono sistemi costruiti per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma, e lo fanno creando bolle sempre più strette, sempre più coerenti, sempre più prevedibili.
Il risultato? Un mercato culturale dove sopravvive solo ciò che è già abbastanza popolare da generare engagement. Tutto il resto sparisce, inghiottito da un'invisibilità algoritmicamente garantita.
"È una forma di censura che non ha bisogno di censori," dice uno dei membri di un collettivo romano che preferisce non essere nominato. "Non ti vietano di esistere. Semplicemente si assicurano che nessuno ti trovi mai."
Confondere, sporcare, sabotare: le tattiche del sottosuolo
I collettivi italiani che si muovono in questo spazio hanno sviluppato un arsenale di tecniche che mescola hacking comportamentale, teoria dei media e pura creatività anarchica.
La prima e più diffusa si chiama, informalmente, poisoning del profilo. Funziona così: gruppi organizzati di ascoltatori — spesso reclutati attraverso canali Telegram cifrati o forum underground — si coordinano per ascoltare contenuti radicalmente diversi da quelli che consumano normalmente. L'obiettivo è "avvelenare" il proprio profilo utente, rendendolo illeggibile per il sistema. Un ascoltatore di techno minimalista che improvvisamente passa settimane ad ascoltare cantautorato sardo, musica liturgica medievale e free jazz diventa un'anomalia che il sistema non sa come classificare. E un'anomalia non può essere facilmente imbrigliata in una bolla.
Il collettivo milanese Errore 404, attivo da circa tre anni tra i Navigli e la rete, ha portato questa pratica a un livello quasi scientifico. Ogni mese pubblicano quello che chiamano "pacchetti di disturbo": playlist costruite con criteri volutamente contraddittori, progettate per essere condivise e ascoltate in massa durante finestre temporali precise. "Quando tremila persone ascoltano lo stesso identico percorso caotico nello stesso arco di 48 ore," spiega uno dei loro comunicati interni, "creiamo un cluster artificiale che le piattaforme non sanno dove mettere. E in quel momento di confusione, inseriamo quello che vogliamo promuovere."
L'arte dell'incomprensibilità strategica
Su YouTube e TikTok le tattiche cambiano, perché cambiano i parametri che gli algoritmi monitorano. Qui entra in gioco quella che alcuni chiamano estetica dell'errore amplificato.
Un gruppo di videomaker underground con base a Napoli — si fanno chiamare Glitch Meridiano — ha sviluppato una pratica sistematica di upload di contenuti progettati per essere classificati male. Video che iniziano come tutorial di cucina e si trasformano in performance art. Titoli che sembrano clickbait e descrivono invece opere concettuali dense. Tag che mescolano categorie incompatibili.
"L'algoritmo impara dai pattern," racconta una delle autrici del collettivo durante un incontro informale in un centro sociale del Quartieri Spagnoli. "Se gli dai qualcosa che non ha pattern, si inceppa. E quando si inceppa, a volte ti manda dove non ti aspetti. Quella è la finestra."
Non si tratta solo di sabotaggio fine a se stesso. Dentro quella finestra ci mettono roba vera: documentari su artisti dimenticati, registrazioni di concerti in squat, interviste a poeti dialettali che altrimenti non esisterebbero mai su nessuna piattaforma mainstream.
La rete che non vuole essere vista
Ciò che rende questo fenomeno particolarmente interessante è la sua struttura orizzontale e distribuita. Non esiste un centro di comando, nessun manifesto ufficiale, nessun leader riconoscibile. Ci sono nodi — collettivi, artisti singoli, piccole community — che si coordinano in modo fluido, spesso senza conoscersi di persona.
A Torino, un gruppo legato all'ambiente dei centri sociali ha sviluppato quello che descrivono come "inquinamento semantico": la pratica di usare hashtag dominanti su Instagram — quelli che garantiscono visibilità — per veicolare contenuti completamente estranei alle aspettative di chi li cerca. Chi cerca #tramonto si trova davanti a una fotografia di un murales politico. Chi cerca #fitness scopre un'installazione sonora. È fastidioso? Forse. È efficace? Abbastanza da far parlare di sé.
Oltre il sabotaggio: costruire un contro-algoritmo
La parte più visionaria di questo movimento non è però distruttiva. Alcuni collettivi stanno lavorando alla costruzione di sistemi di raccomandazione alternativi: strumenti open source, autogestiti, che funzionano secondo logiche radicalmente diverse da quelle delle piattaforme commerciali.
Il progetto più ambizioso in questo senso si chiama Controra — il nome dialettale per l'ora del mezzogiorno, quella in cui si fermava tutto — e nasce dalla collaborazione tra sviluppatori, musicisti e teorici dei media sparsi tra Roma, Palermo e Bologna. L'idea è costruire un motore di raccomandazione che massimizzi non l'engagement ma la distanza culturale: ti suggerisce deliberatamente cose lontane da ciò che conosci, operando una rottura sistematica delle bolle invece di rafforzarle.
"Non vogliamo un algoritmo più buono," dice uno degli sviluppatori in un messaggio vocale condiviso su un canale Signal. "Vogliamo un algoritmo che ti faccia sentire a disagio nel modo giusto. Che ti porti fuori dalla tua zona di conforto culturale invece di tenerti dentro."
Una disobbedienza che sa di futuro
C'è qualcosa di profondamente italiano in tutto questo — non nel senso del cliché, ma in quello più sotterraneo e fertile. Una tradizione di resistenza che non aspetta il permesso, che trova le crepe nel sistema e ci si infila dentro, che trasforma le limitazioni in opportunità creative.
La guerriglia algoritmica non è solo una battaglia per la visibilità. È una disputa su chi ha il diritto di definire cosa è cultura, cosa merita di essere visto, cosa può sopravvivere nell'ecosistema digitale. E in questa disputa, i collettivi italiani del sottosuolo stanno dimostrando che anche un sistema apparentemente impenetrabile ha i suoi punti ciechi.
Basta sapere dove guardare. E avere voglia di fare un po' di casino.