Macerie fertili: i collettivi italiani che fanno rinascere i palazzi morti come laboratori di disobbedienza
Photo: CnekYT, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un tipo di bellezza che non si trova nelle gallerie climatizzate del centro. Non ha didascalie in Arial, non ha sponsor bancari appesi all'ingresso, non ha orari di apertura. Ha invece crepe nei muri, infiltrazioni d'acqua nel soffitto, odore di polvere vecchia e vernice fresca. Ha la forma di un palazzo abbandonato che, improvvisamente, torna a respirare.
In tutta Italia — da Napoli a Milano, da Bari a Genova — una serie di collettivi artistici sta operando una trasformazione silenziosa e radicale: prendono strutture che il mercato immobiliare ha condannato all'oblio, che le istituzioni ignorano e che la speculazione aspetta di divorare, e le trasformano in luoghi vivi. Non musei. Non centri culturali. Qualcosa di più difficile da definire e molto più difficile da controllare.
Il palazzo come corpo politico
Partiamo da un presupposto che a molti sembrerà ovvio ma che in realtà è profondamente sovversivo: uno spazio fisico non è neutro. Un edificio abbandonato non è semplicemente vuoto — è un vuoto carico, pieno di storia, di fallimenti economici, di decisioni politiche, di vite che ci sono passate dentro. Quando un collettivo decide di occuparlo, non sta solo cercando un posto gratuito per fare mostre. Sta compiendo un atto di lettura critica dello spazio urbano.
A Torino, nel quartiere Barriera di Milano, un gruppo che preferisce non avere un nome fisso — si autodefinisce di volta in volta con nomi diversi, quasi a sfidare la logica del brand — ha trasformato un'ex officina metalmeccanica in un luogo di produzione artistica che funziona da quasi tre anni. Non hanno mai chiesto un permesso. Non hanno mai presentato un progetto al Comune. Hanno semplicemente aperto una serratura, ripulito i pavimenti e cominciato a lavorare.
"Il museo tradizionale è uno spazio dove l'arte viene conservata", dice una delle anime del collettivo, che chiameremo M. per rispettare la sua richiesta di anonimato. "Noi volevamo uno spazio dove l'arte viene prodotta, discussa, messa in crisi. La differenza non è estetica. È politica."
Anti-musei senza curatela
La cosa che colpisce di questi spazi, quando ci si entra, è l'assenza totale della grammatica museale che siamo abituati a riconoscere. Niente percorsi obbligati, niente teche di plexiglass, niente cartellini con titolo, anno e tecnica mista. L'arte è ovunque e in nessun posto preciso: un murale che copre un'intera parete industriale dialoga con un'installazione sonora che occupa un angolo buio, mentre in un'altra stanza qualcuno sta ancora lavorando a qualcosa che non ha ancora un nome.
A Palermo, dentro uno dei tanti palazzi nobiliari del centro storico che versano in stato di abbandono da decenni — proprietà contesa tra eredi lontani e burocrazia paralizzata — un collettivo femminista ha costruito qualcosa che assomiglia più a un archivio vivente che a una galleria. Le pareti sono coperte di tessuti, fotografie, documenti, oggetti quotidiani raccolti nei quartieri circostanti. Ogni pezzo racconta una storia di resistenza locale. Ogni storia è anonima o firmata con un nome collettivo.
"Non ci interessa la firma dell'artista", spiega una delle fondatrici del progetto palermitano. "Ci interessa la firma del territorio. Questo palazzo ha una storia. Questi quartieri hanno una storia. Noi stiamo cercando di renderla visibile prima che qualcuno la cancelli con una ristrutturazione da tre milioni di euro e un bed and breakfast da duecento a notte."
La tensione con il controllo urbano
Ovviamente, tutto questo non avviene senza attrito. Le occupazioni creative si muovono in un territorio legalmente ambiguo che le espone costantemente al rischio di sgombero. E gli sgomberi arrivano — non sempre, non subito, ma arrivano. La storia recente italiana è costellata di spazi occupati che hanno vissuto anni di attività intensa prima di essere svuotati con un'ordinanza e qualche camionetta della polizia.
Ma c'è qualcosa di interessante in questa precarietà strutturale: anziché indebolire questi spazi, spesso li rafforza. La consapevolezza che tutto può finire in qualsiasi momento genera una densità di produzione e di relazioni che gli spazi istituzionali, protetti e finanziati, raramente riescono a replicare. Non c'è tempo da perdere in riunioni di consiglio di amministrazione. Non c'è budget da difendere. C'è solo il presente e quello che si riesce a costruire nel presente.
A Genova, un collettivo che opera in un ex magazzino portuale ha sviluppato nel tempo una sorta di protocollo di emergenza: quando arriva l'avviso di sgombero — e nel corso degli anni ne sono arrivati diversi — tutto quello che è stato creato nello spazio viene documentato, digitalizzato, distribuito. L'anti-museo si smaterializza e si ridistribuisce su server, su fanzine, su altri spazi occupati in altre città. La memoria sopravvive anche quando i muri vengono ripitturati di bianco.
Gerarchie capovolte
Uno degli aspetti più radicali di questi ecosistemi culturali è il modo in cui ridisegnano le gerarchie della fruizione artistica. In un museo tradizionale, la relazione tra opera e spettatore è verticale: c'è chi ha deciso cosa esporre, come esporlo, cosa significa; e c'è chi arriva, guarda, eventualmente legge la didascalia e se ne va. Negli anti-musei occupati, questa verticalità viene sistematicamente sabotata.
Chiunque entri in questi spazi è potenzialmente un contributore. Le mostre sono spesso processi più che risultati: qualcosa viene installato, poi discusso pubblicamente, poi modificato, poi smontato e rifatto. I confini tra artista, pubblico, curatore e critico si dissolvono in qualcosa di più fluido e più onesto.
A Napoli, in un palazzo del centro storico che un collettivo occupa da oltre cinque anni, ogni settimana si tiene quello che chiamano un consiglio dell'opera: chiunque abbia qualcosa da mostrare, da proporre o da criticare può parlare. Le decisioni su cosa esporre e come vengono prese collettivamente, in assemblea aperta. Il risultato è caotico, a volte contraddittorio, spesso straordinariamente vitale.
Il futuro che non chiede permesso
Mentre il sistema dell'arte ufficiale italiano continua a dibattersi tra tagli ai finanziamenti pubblici, privatizzazioni striscianti e l'ossessione per i grandi eventi blockbuster che portano turisti e like, questi spazi irregolari stanno costruendo qualcosa di diverso. Non un'alternativa che aspira a diventare mainstream. Non un trampolino di lancio verso le gallerie del centro. Qualcosa che esiste per sé stesso, che risponde a logiche proprie, che misura il proprio successo in termini che il mercato non sa leggere.
Quante persone sono passate? Quante relazioni sono nate? Quante idee sono state generate, discusse, abbandonate, riprese? Quanta città è stata sottratta, anche solo per qualche anno, alla logica della rendita e restituita a chi la abita?
Sono domande senza risposta numerica. E forse è proprio per questo che questi posti continuano a esistere, a sopravvivere agli sgomberi, a rinascere altrove con nomi diversi e muri diversi ma con la stessa ostinata convinzione: che la cultura non si conserva nei musei. Si produce nelle crepe.