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Inchiostro e ghigno: i disegnatori italiani che combattono la propaganda a colpi di risate

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Inchiostro e ghigno: i disegnatori italiani che combattono la propaganda a colpi di risate

La satira disegnata italiana è una sopravvissuta cronica. È sopravvissuta al fascismo, alla DC, a Berlusconi, ai processi per vilipendio, e ora sta sopravvivendo anche all'algoritmo. La sua arma è sempre stata la stessa: rendere ridicolo ciò che si presenta come intoccabile. E quando il ridicolo entra, il potere esce dalla porta.

Il banco di Lucca come trincea

Ogni autunno, tra i padiglioni ufficiali di Lucca Comics & Games, esiste un'economia parallela: tavoli pieghevoli dove autoproduttori vendono fanzine a otto euro, stampate in tirature di cento copie in una tipografia di periferia. Non sono souvenir: sono oggetti di contrabbando culturale. Fumetti che raccontano il sindaco che privatizza le case popolari come un boss di western, i vescovi che sfollano i profughi, le multinazionali che si travestono da ONG.

Il formato è volutamente povero: photocopie, graffette, carta che ingiallisce. Ma dentro c'è più giornalismo d'inchiesta che in molti quotidiani, perché il disegno riesce a dire in una tavola ciò che un editoriale non può nemmeno accennare per causa legale.

Il riso come atto politico

Perché ridere è politico? Perché la propaganda, qualsiasi propaganda, funziona sul solenne: si nutre di facce serie, di retorica, di paura. Il cartoonista la spogli di tutto. Disegna il ministro come un bambino con la pistola ad acqua, il magnate come un pulcino arrabbiato, il capo del partito come un pupazzo di neve a luglio. E il pubblico, ridendo, smette di avere paura. Smette di obbedire.

È la lezione di Daumier e di Altan, ma con una novità generazionale: i cartoonist di oggi non aspettano il giornale. Pubblicano webcomic a cadenza quotidiana, tira le tavole in anteprima sui social, poi le bruciano in fanzine quando il feed le ha già fatte virali. Il web è la loro prova generale, la carta il loro archivio.

I nomi da tenere d'occhio

Non faremo nomi completi, perché alcuni di questi disegnatori preferiscono la semiclandestinità — ma diamo le coordinate. Seguite chi pubblica fanzine sul degrado urbano disegnando mostri che assomigliano troppo ai proprietari degli immobili. Seguite il collettivo romano che pubblica un almanacco satirico annuale venduto solo nei mercatini dell'usato. Seguite la cartoonista palermitana che racconta le mafie attraverso una serie di vignette senza parole, perché le parole possono essere denunciate, le immagini no.

E seguite la scena di Bologna e Torino, dove i collettivi di disegnatori si sono dati delle regole comuni: nessun editore, nessun advertising, prezzi bassi, distribuzione nei luoghi di lotta. È un modello economico di resistenza quanto il loro stile grafico.

Quando il processo è la migliore pubblicità

Succede ogni anno: qualcuno si sente ritratto, spiccia causa, chiede il ritiro. E la fanzine condannata diventa l'oggetto più ricercato della fiera successiva. Il sequestro, per un fumetto autoprodotto, è il premio Nobel della sottocultura. Alcuni collettivi stampano addirittura la sentenza sul retro di copertina, come distintivo d'onore.

La risata come patrimonio comune

C'è un dettaglio che colpisce in questa scena: la generosità. I cartoonist si passano le stampe, si prestano le fotocopiatrici, si ospitano a turno nei mercatini. In un'epoca in cui anche la cultura è diventata un brand personale, loro continuano a lavorare come botteghe artigiane, firmando collettivamente, distribuendo collettivamente, rischiando collettivamente.

Forse è questo il vero gesto sovversivo: non solo ridere del potere, ma rifiutare di diventare potere. La risata, come l'inchiostro, si sparge. E una volta sparso, non c'è giudice che la faccia tornare indietro.

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