Mostri di carta: i disegnatori sotterranei che danno forma alle bestie invisibili del potere
I bestiari medievali erano libri seri. Catalogavano creature reali e immaginarie, attribuendo a ciascuna un significato morale, una lezione da imparare, un simbolo da decodificare. Il basilisco rappresentava la superbia. L'unicorno la purezza. Il pellicano il sacrificio. Era un modo per dare forma al mondo, per renderlo comprensibile attraverso le immagini, per costruire un vocabolario visivo condiviso.
Siamo nel 2024 e i mostri sono cambiati. Non hanno più zanne né squame. Sono fatti di codice, di telecamere, di algoritmi che decidono cosa vedi e cosa non vedi, chi sei e chi puoi diventare. Sono invisibili. E proprio per questo, sono più pericolosi di qualsiasi drago medievale.
Ma c'è chi li sta disegnando.
La mappa dei mostri
In giro per l'Italia — e soprattutto nelle sue periferie, nei suoi centri sociali, nelle sue università occupate e nelle sue copisterie notturne — circolano da qualche anno pubblicazioni strane. Fanzine stampate in tirature microscopiche. Fogli volanti con illustrazioni che sembrano uscite da un incrocio tra Hieronymus Bosch e un manuale di cybersicurezza. Poster che raffigurano creature ibride: metà insetto, metà telecamera di sorveglianza. Serpenti con occhi che sembrano lenti di smartphone. Leviatani costruiti con antenne e server farm.
Sono i lavori di una rete informale di illustratori che, per mancanza di un termine migliore, chiamiamo bestiaristi del sistema. Non hanno un nome collettivo. Non hanno un manifesto ufficiale. Ma hanno un progetto comune: dare forma visiva alle strutture di potere invisibile che governano la vita urbana contemporanea.
«La gente non vede le telecamere», ci dice Gratta, illustratrice torinese che lavora di notte e di giorno fa tutt'altro per campare. «Le vede, certo, ma non le guarda. Sono diventate parte del paesaggio, come i semafori o i tombini. Il mio lavoro è renderle mostruose di nuovo. Farle sembrare quello che sono: occhi che non dormono mai, che appartengono a qualcuno che non ti conosce e non ti vuole bene.»
Dal foglio al muro, dal muro al QR code
Le tecniche variano quanto le personalità. C'è chi lavora esclusivamente su carta, producendo tavole elaborate che circolano solo in formato fisico, fotocopiate e distribuite a mano. C'è chi invece usa il muro come superficie primaria, incollando poster notturni che durano finché qualcuno non li strappa o li copre.
Ma la cosa più interessante — e più nuova — è l'uso dei QR code nascosti. Alcuni dei bestiaristi hanno iniziato a incorporare codici QR nelle loro illustrazioni, invisibili a prima vista, nascosti nel dettaglio di una zampa o nell'iride di un occhio mostruoso. Chi li scansiona viene portato su pagine web temporanee, che esistono per pochi giorni e poi spariscono, dove trovano testi, dati, mappe della sorveglianza urbana nelle loro città.
Morsura, collettivo attivo tra Bologna e Ferrara, ha sviluppato questa pratica fino a farne un sistema complesso. Le loro creature — che combinano elementi di fauna locale con componenti tecnologici — funzionano come portali. «Vogliamo che la gente si fermi davanti a un disegno perché è bello o perché è disturbante, e poi scopra che dentro c'è qualcosa di più», spiega uno dei componenti del gruppo. «L'illustrazione è l'amo. L'informazione è il pesce.»
Il bestiario come pedagogia sovversiva
C'è una lunga tradizione, nella storia dell'arte radicale, di usare le immagini per educare. I murales del Messico rivoluzionario. I poster della Resistenza italiana. Le illustrazioni dei movimenti operai. Ma quello che fanno i bestiaristi contemporanei ha una specificità tutta sua: si rivolge a un pubblico che è già sovraccarico di immagini, già saturo di messaggi visivi, già immune alla propaganda convenzionale.
La risposta a questa saturazione non è urlare più forte, ma disegnare in modo più strano. Creare immagini che non si lasciano catalogare facilmente, che resistono alla velocità dello scroll, che richiedono una sosta.
Inchiostro Nero, una illustratrice siciliana che preferisce non usare altri identificativi, produce tavole che sembrano uscite da un bestiario rinascimentale ma descrivono meccanismi di profilazione dei dati, algoritmi di riconoscimento facciale, sistemi di credito sociale. «Ho studiato i vecchi bestiari per capire come funzionavano», racconta. «Ogni creatura aveva una descrizione, un habitat, un comportamento. Ho applicato lo stesso schema alle creature del capitalismo digitale. Il Facebookus vulgaris. Il Googlum omnivorus. Fanno ridere, ma fanno anche pensare.»
Clandestinità come scelta estetica
Quello che accomuna questi artisti, al di là delle differenze di stile e approccio, è la scelta consapevole di restare fuori dai circuiti ufficiali. Non per snobismo — molti di loro sarebbero felici di esporre in contesti istituzionali se potessero mantenere il controllo sul loro lavoro — ma per una valutazione politica precisa: la visibilità ha un costo, e quel costo è spesso la neutralizzazione del messaggio.
«Appena entri in una galleria, il tuo lavoro diventa decorazione», dice Gratta. «Diventa qualcosa che la gente guarda con le mani in tasca e poi va a mangiare un aperitivo. Io voglio che la gente veda il mio lavoro mentre cammina per strada, di notte, da sola. Voglio che si chieda chi l'ha messo lì e perché.»
I bestiari del sistema continuano a proliferare, fotocopiati e incollati, nascosti nei dettagli delle città. Le loro creature non hanno nomi latini ufficiali, ma le riconosciamo tutte. Le incontriamo ogni giorno. Forse, finalmente, iniziamo a vederle.