Vuoto come preghiera: i performer italiani che costruiscono chiese senza dio nei luoghi dimenticati
C'è una chiesa a Palermo che non ha più Dio. O meglio: ce ne sono troppe, di chiese senza Dio, sparse per l'Italia come denti caduti dalla bocca di uno Stato che non sa più cosa farsene del sacro. Navate sconsacrate, cappelle diventate magazzini, oratori trasformati in garage. Luoghi che conservano la forma del rito ma hanno perso il contenuto. Ed è esattamente lì, in quella tensione irrisolta tra la forma e il vuoto, che si muovono alcuni degli artisti più interessanti e meno celebrati del panorama italiano contemporaneo.
Non parliamo di performance art nel senso patinato del termine. Non parliamo di installazioni finanziate da fondazioni bancarie o esposte in fiere dove il metro quadro costa quanto un appartamento. Parliamo di pratiche che avvengono nell'ombra, spesso senza permessi, quasi sempre senza budget, con la consapevolezza che l'assenza fisica può essere più eloquente di qualsiasi oggetto.
Il vuoto come materia prima
Il collettivo romano Corpo Muto — che preferisce non rivelare i nomi dei suoi componenti, per ragioni che definiscono «ovvie» — lavora da anni in ex luoghi di culto abbandonati nel Lazio. La loro pratica è radicalmente semplice: entrano in uno spazio, lo lasciano esattamente com'è, e poi abitano il silenzio per ore. A volte giorni. Il pubblico, quando c'è, viene invitato a non parlare, a non fotografare, a non documentare niente.
«Viviamo in un'epoca in cui ogni esperienza deve essere catturata e condivisa per esistere», scrivono in uno dei loro rari comunicati, diffuso su carta attraverso canali che si fatica a tracciare. «Noi facciamo il contrario. L'esperienza esiste solo se non la documenti. Sparisce con te. È tua e basta.»
Questo approccio — che potremmo chiamare estetica della sottrazione — ha radici profonde nella tradizione controculturale italiana, ma si nutre anche di influenze eterogenee: il teatro povero di Grotowski, le pratiche minimaliste americane degli anni Settanta, la filosofia zen filtrata attraverso la sensibilità mediterranea. Il risultato è qualcosa di difficilmente classificabile, e forse è proprio questo il punto.
Navate come palcoscenici dell'indicibile
A Milano, in una zona industriale della periferia nord che i gentrificatori non hanno ancora scoperto — o fingono di non aver scoperto — il collettivo Assenza Fertile ha trasformato un ex magazzino in quello che chiamano «uno spazio per non-riti». Le pareti sono state lasciate nude. Il pavimento conserva le tracce di decenni di attività industriale. Non c'è illuminazione artificiale: si entra con la luce che filtra dai lucernari, e quando quella finisce, si è al buio.
Le loro installazioni — se così vogliamo chiamarle — consistono spesso in niente più che l'organizzazione dello spazio vuoto. Un cerchio tracciato con del gesso. Una sedia rovesciata al centro di una stanza enorme. Una porta che non porta da nessuna parte, appoggiata a una parete.
«Il sacro non è mai stato nelle statue o nei quadri», spiega una delle fondatrici del collettivo, che ci ha incontrato in un bar di Sesto San Giovanni senza voler essere nominata. «Il sacro era nella disposizione degli oggetti, nel ritmo dei corpi nello spazio, nella qualità dell'attenzione che le persone portavano in un luogo. Noi proviamo a ricreare quella qualità dell'attenzione senza usare nessun simbolo religioso. Perché i simboli religiosi sono stati colonizzati. Sono diventati marketing.»
Critica spirituale o spiritualità critica?
C'è un rischio in questo tipo di pratica, ed è quello di scivolare in una forma di misticismo apolitico, di estetismo del vuoto che non dice niente a nessuno. I collettivi che seguiamo sono consapevoli di questo pericolo e lo affrontano in modi diversi.
Spazio Negativo, un gruppo attivo tra Napoli e Caserta, inserisce esplicitamente nelle sue azioni riferimenti alla speculazione edilizia, all'abbandono programmato dei territori, alla violenza silenziosa della dismissione industriale. Le loro «messe laiche» — così le chiamano, con un sorriso che è anche una provocazione — si tengono in capannoni abbandonati dalla grande industria, in edifici che lo Stato ha lasciato marcire, in non-luoghi dove la memoria del lavoro si mescola all'odore della muffa.
«Quando stai in silenzio in un posto dove lavoravano trecento persone e ora non c'è nessuno, il silenzio non è pace», dice uno dei performer del gruppo. «È un'accusa. È politica pura.»
Questa dimensione politica del vuoto è forse la cosa più difficile da comunicare a chi non l'ha vissuta. Ma è anche la cosa più urgente. In un momento storico in cui ogni spazio viene monetizzato, ogni silenzio riempito, ogni assenza percepita come un problema da risolvere, scegliere il vuoto è un atto radicale.
Il non-luogo come territorio liberato
Mentre le istituzioni culturali italiane continuano a finanziare mostre fotogeniche destinate ai feed di Instagram, questi collettivi lavorano nell'ombra con una coerenza che fa quasi paura. Non chiedono riconoscimenti. Non cercano visibilità. In alcuni casi, rifiutano attivamente la documentazione delle loro azioni.
È una posizione difficile da sostenere nel lungo periodo, e molti di loro lo ammettono. Ma è anche una posizione che ha una sua logica interna ferrea: se il tuo lavoro è sull'assenza, documentarlo significa tradirlo.
Quello che rimane, alla fine, sono le testimonianze di chi c'era. Il racconto passato di bocca in bocca. La memoria incarnata in corpi che hanno condiviso uno spazio e un silenzio. È così che sopravvivono le tradizioni più antiche. È così, forse, che sopravvive anche la resistenza.
Le cattedrali di vuoto che questi artisti costruiscono non hanno torrette né guglie. Non si vedono da lontano. Esistono solo mentre le abiti, e spariscono quando te ne vai. Ma lasciano qualcosa dentro. E a volte, è più di quanto faccia qualsiasi museo.