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Radici e pixel: i collettivi italiani che mescolano micologia, spirito e arte digitale nei boschi e nei server

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Radici e pixel: i collettivi italiani che mescolano micologia, spirito e arte digitale nei boschi e nei server

Photo: RafaelMenegucci, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un posto in provincia di Perugia — nessuno vi dirà il nome esatto — dove ogni autunno un gruppo di una ventina di persone si raduna in un casolare senza wifi. Portano attrezzatura da campo, kit per la coltivazione di funghi, laptop rinforzati con batterie esterne e hard disk pieni di shader generativi. Restano una settimana. Quello che producono non finisce su Instagram. Finisce, se va bene, in qualche festival di arte digitale underground, proiettato su teli di fortuna in spazi occupati.

Benvenuti nell'intersezione più strana — e forse più fertile — della sottocultura italiana contemporanea.

Il micelio come metafora operativa

Parlare di funghi nel 2024 significa navigare in acque scivolose. Da un lato c'è l'ipercomunicazione wellness che ha trasformato la micologia in brand: integratori, podcast da milioni di follower, documentari Netflix. Dall'altro c'è una tradizione di ricerca etnobotanica seria, che in Italia ha radici meno visibili ma altrettanto profonde.

I collettivi di cui parliamo non si riconoscono in nessuno dei due filoni. "Il micelio non è una metafora motivazionale," dice una delle voci di Sottobosco Digitale, collettivo attivo tra Torino e le Langhe, che preferisce restare anonimo. "È un modello di rete reale, distribuita, senza centro. Noi proviamo a costruire la stessa cosa con il codice."

L'idea, in sostanza, è questa: i funghi — in particolare alcune specie psilocibiniche studiate in contesti rituali e non ricreativi — producono stati alterati che modificano la percezione delle connessioni tra oggetti, suoni, immagini. Partendo da sessioni documentate e analizzate collettivamente, questi artisti cercano di tradurre quei pattern percettivi in architetture visive generate algoritmicamente. Non si tratta di "dipingere mentre sei fatto": è un processo molto più metodico, quasi scientifico nel metodo, completamente eretico negli obiettivi.

Tra etnobotanica e rendering 3D

Il collettivo romano Hyphae//Roma — il nome richiama le ife, le strutture filamentose del fungo — lavora in modo diverso. Il loro processo parte dalla documentazione botanica: raccolta, identificazione, studio delle specie locali. Solo dopo, quei dati vengono convertiti in input per sistemi generativi. Strutture morfologiche, pattern di crescita, reti di connessione radicale: tutto diventa materiale per sculture digitali tridimensionali che vengono poi esposte in ambienti VR autocostruiti.

"Non ci interessa la psichedelia come estetica," spiega una delle fondatrici durante un incontro informale a Pigneto. "Ci interessa la logica biologica del fungo come sistema computazionale alternativo. I funghi elaborano informazioni. Lo fanno senza cervello, senza sistema nervoso centrale. Questo ci ossessiona."

Le installazioni di Hyphae//Roma sono state mostrate in tre occasioni negli ultimi due anni: una volta in uno spazio occupato a Tiburtina, una in un ex magazzino a Napoli durante un festival autogestito, una terza in collegamento streaming con un collettivo sloveno. Mai in gallerie commerciali. La scelta è politica prima che estetica.

Il corpo, il bosco, lo schermo

Un terzo polo di questa scena è Fungosfera, gruppo di base in Toscana con connessioni sparse in tutta la penisola. La loro pratica è forse la più radicale perché insiste sul corpo come interfaccia primaria. Prima di qualsiasi produzione digitale, ci sono settimane di immersione in ambienti boschivi: osservazione, raccolta, preparazione di substrati per la coltivazione, ascolto del silenzio.

"Siamo una generazione che ha imparato a fare arte davanti a uno schermo," dice uno dei membri fondatori, artista visivo con un passato nel demoscene italiano degli anni Novanta. "Abbiamo dovuto imparare a stare fermi in un bosco. È stato più difficile che imparare a programmare."

I lavori di Fungosfera combinano riprese video in ambienti naturali con elaborazioni generative in tempo reale. Il risultato sono ambienti audiovisivi dove il confine tra organico e sintetico si dissolve deliberatamente. Le texture del micelio diventano rumore visivo. I pattern di crescita fungina diventano algoritmi di animazione. Il suono — registrato in bosco, poi processato — crea un tappeto sonoro che oscilla tra field recording e drone music.

La questione legale e il silenzio necessario

Sarebbe disonesto non nominarlo: in Italia l'uso di funghi psilocibinaci è illegale. La legge non distingue tra uso rituale, ricerca personale o consumo ricreativo. Questo è uno dei motivi per cui questi collettivi operano nell'ombra, rifiutano la visibilità mainstream e comunicano attraverso canali criptati o reti di fiducia personale.

Ma sarebbe anche riduttivo ridurre tutta questa scena alla questione della legalità delle sostanze. Molti dei processi creativi non implicano affatto l'uso diretto di funghi psilocibinaci: la micologia come disciplina, lo studio delle reti fungine, la coltivazione di specie commestibili o medicinali — tutto questo è perfettamente legale e costituisce la base di gran parte del lavoro. La dimensione spirituale e alterata è solo uno strato di una pratica molto più stratificata.

"Il problema vero," dice una ricercatrice che collabora con più collettivi, "è che appena nomini i funghi in Italia scatta l'allarme morale. Non puoi parlare di etnobotanica senza essere immediatamente associato alla droga. Questo silenzio forzato ha un costo culturale enorme."

Un underground che non vuole essere scoperto

C'è qualcosa di deliberatamente anti-spettacolare in tutta questa scena. In un momento in cui anche la controcultura viene immediatamente metabolizzata, estetizzata e rivenduta come prodotto, questi collettivi sembrano aver scelto consapevolmente l'invisibilità come strategia di sopravvivenza.

Non cercano copertine, non vogliono essere "scoperti". Le loro opere non sono in vendita su piattaforme NFT, non partecipano a bandi pubblici, non chiedono residenze artistiche istituzionali. Operano in una zona grigia — legale, culturale, estetica — che li rende difficili da categorizzare e quindi difficili da cooptare.

Forse è proprio questo il punto. In un'epoca in cui ogni ribellione viene quasi istantaneamente trasformata in contenuto, la scelta più radicale potrebbe essere quella di restare nel bosco. Di far crescere qualcosa lentamente, al buio, nella terra.

Come fa il micelio.

Se conosci qualcuno che lavora in questa scena e vuole condividere la propria esperienza in forma anonima, i canali di Il Clandestino sono aperti. Sapete come trovarci.

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