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Tavole sovversive: i collettivi italiani che riesumano il cibo come atto di memoria e ribellione

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Tavole sovversive: i collettivi italiani che riesumano il cibo come atto di memoria e ribellione

C'è una minestra che non esiste più. O meglio: non esiste più nei supermercati, nei ristoranti, nei ricettari pubblicati negli ultimi trent'anni. Si faceva con una varietà di fagiolo coltivata in un solo comune della Calabria, con una tecnica di cottura che richiedeva otto ore e una pazienza che l'economia moderna non prevede. La ricetta viveva nelle teste delle nonne, trasmessa oralmente, mai scritta. Quando le nonne sono morte, la minestra è morta con loro.

O quasi.

Perché c'è un gruppo di persone, a Reggio Calabria e dintorni, che sta cercando di riportarla in vita. Non per aprire un ristorante. Non per vendere barattoli con etichette rustiche a turisti in cerca di autenticità preconfezionata. Ma perché credono che quella minestra contenga qualcosa di importante — una memoria, un modo di stare al mondo, una relazione con la terra — che vale la pena salvare.

L'archeologia ha fame

Il movimento che stiamo descrivendo non ha un nome univoco. Si chiama in modi diversi a seconda di chi ne parla: cucina della resistenza, archeologia gastronomica, sovranità alimentare dal basso. Ma al di là delle etichette, quello che lo caratterizza è un approccio radicalmente diverso al cibo rispetto sia alla tradizione gastronomica istituzionale sia al mercato del biologico certificato.

Non si tratta di nostalgia. I protagonisti di questo movimento sono spesso giovani, formati politicamente, consapevoli delle trappole del folklore e del localismo reazionario. Quello che cercano non è un passato idealizzato, ma una continuità con pratiche che il capitalismo agroalimentare ha interrotto per ragioni di profitto, non di necessità.

«C'è una differenza enorme tra recuperare una tradizione e museificarla», spiega Carbone, cuoca e attivista che lavora con il collettivo Radici Clandestine in Sicilia. «Noi non vogliamo mettere le ricette in una teca. Vogliamo mangiarle, modificarle, farle vivere nel presente. Un piatto che non si mangia più non è patrimonio — è un cadavere.»

Semi proibiti e ingredienti fantasma

Una delle battaglie più concrete di questo movimento riguarda le sementi. La normativa europea sulla commercializzazione delle sementi agricole — un ginepraio burocratico che favorisce sistematicamente le grandi multinazionali del settore — rende di fatto illegale la vendita di varietà non registrate negli appositi cataloghi ufficiali. Il risultato pratico è che migliaia di varietà tradizionali di pomodori, fagioli, cereali, erbe aromatiche non possono essere vendute legalmente.

Ma possono essere scambiate. E questo è esattamente quello che fanno decine di collettivi italiani, organizzando fiere del seme informali dove contadini, hobbisti e attivisti si scambiano semi di varietà dimenticate. Niente soldi, niente ricevute, niente registrazioni. Solo semi che passano di mano in mano, con le storie dei luoghi da cui vengono.

A Torino, il collettivo Semi Ribelli ha costruito una rete che connette oltre duecento custodi di sementi in tutto il Piemonte. «Abbiamo varietà di mais che non esistono più da nessun'altra parte», racconta uno dei fondatori, mentre ci mostra barattoli di vetro etichettati a mano con nomi che sembrano usciti da un romanzo: Mais Otto File di Stroppo, Fagiolo Borlotto Nano di Saluggia, Cipolla Bianca di Ivrea. «Alcune le abbiamo recuperate da vecchi contadini che avevano ancora i semi nei cassetti. Altre le abbiamo trovate in banche del seme estere, dove erano finite chissà come.»

La tavola come spazio politico

Ma il movimento non è solo questione di semi e ricette. C'è una dimensione sociale e politica che emerge chiaramente quando si partecipa alle loro iniziative. I pasti collettivi organizzati da questi gruppi non sono cene di gala né sagre folkloristiche. Sono momenti di costruzione di comunità, spesso aperti a chi non può permettersi di pagare, spesso abbinati a discussioni su temi che vanno dalla sovranità alimentare alle politiche agricole europee, dal lavoro nei campi alla distribuzione della terra.

A Napoli, il collettivo Cucina Partigiana organizza pranzi settimanali in un centro sociale del Rione Sanità, usando esclusivamente prodotti locali, spesso recuperati da invenduti dei mercati o coltivati in orti urbani gestiti collettivamente. Il menù cambia ogni settimana a seconda di quello che c'è, seguendo la logica stagionale che il supermercato ha reso obsoleta.

«La gente è stupita che i pomodori abbiano un sapore diverso a seconda del mese», dice Fiamma, una delle organizzatrici. «Hanno dimenticato che il cibo ha un tempo. Noi proviamo a ricordarglielo. Ma non in modo pedagogico, non con le slide — con il cibo. Lo mangi e capisci.»

Disobbedienza forchetta per forchetta

C'è qualcosa di profondamente sovversivo nell'atto di cucinare lentamente in un'epoca che ha trasformato il cibo in contenuto. Le ricette di questo movimento non si fotografano bene — richiedono ore, sporcizia, imprecisione, variazioni che dipendono dall'annata, dal clima, dall'umore di chi cucina. Sono l'antitesi dell'estetica food-porn che domina i social.

E forse è proprio per questo che hanno un futuro. In un mondo dove tutto è ottimizzato, standardizzato, reso fotogenico e privo di sorprese, il cibo che richiede tempo e attenzione diventa un atto di resistenza quasi automaticamente.

La minestra di fagioli calabrese, intanto, è tornata. Ci vogliono ancora otto ore. Il fagiolo viene da un orto di tre famiglie che si sono messe insieme per coltivarlo. La ricetta è stata ricostruita da frammenti di conversazioni con anziani, con errori e aggiustamenti. Non è identica a quella di cinquant'anni fa. Non potrebbe esserlo.

Ma esiste. E si mangia. E questo, per ora, basta.

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