Sotto la superficie: come i collettivi italiani costruiscono reti inviolabili nell'ombra del web
Photo: Dennis van Zuijlekom, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un'Italia che non compare nei trending topic, che non viene indicizzata da Google e che non ha bisogno di verifiche con il numero di telefono per esistere. È un'Italia fatta di nodi crittografati, di mailing list cifrate, di siti .onion aggiornati alle tre di notte da persone che non ti diranno mai il loro nome. È l'Italia del contropotere digitale, e sta crescendo.
Non è fantascienza. Non è paranoia. È una risposta concreta a un problema concreto: la progressiva concentrazione del discorso pubblico nelle mani di poche piattaforme private, la criminalizzazione di alcune forme di attivismo, e la facilità con cui le autorità riescono oggi a smantellare infrastrutture comunicative che sembravano solide. Ogni volta che un server viene sequestrato, ogni volta che un dominio viene oscurato, qualcuno in qualche cantina — metaforica o letterale — sta già pensando all'architettura del sistema successivo.
Il problema non è la tecnologia, è la fiducia
Chiunque abbia frequentato certi ambienti dell'attivismo italiano sa che la paranoia non è un difetto caratteriale: è una competenza professionale. "Il punto debole non è mai il codice," ci dice qualcuno che preferisce essere identificato solo come parte di un collettivo romano attivo da anni nella sicurezza digitale per realtà sociali. "Il punto debole è sempre la persona. La tecnologia può essere perfetta, ma se usi Signal sul telefono che hai comprato con la tua carta di credito e che dorme nel tuo comodino, hai già perso."
Questo tipo di consapevolezza ha prodotto negli ultimi anni una cultura della sicurezza operativa — l'OPSEC, nel gergo tecnico — che si è diffusa ben oltre i circoli hacker tradizionali. Oggi ne parlano i giornalisti che coprono temi sensibili, i migranti che documentano violazioni alle frontiere, i lavoratori che organizzano sindacati in settori ostili. La crittografia è diventata lingua franca di chi ha qualcosa da proteggere.
Architetture della resistenza
Ma cosa significa, concretamente, costruire un'infrastruttura comunicativa resiliente nell'Italia del 2024? Significa innanzitutto decentralizzare. Nessun server unico, nessun punto di fallimento singolo. I collettivi più strutturati operano su reti federate — Mastodon, Matrix, PeerTube — dove ogni nodo è indipendente ma interoperabile. Se uno cade, gli altri restano in piedi.
Significa poi ragionare in termini di threat model: chi ti vuole silenziare, con quali risorse, con quali strumenti legali? Un collettivo che pubblica reportage sulle condizioni nei CPR ha un profilo di rischio diverso da uno che organizza rave non autorizzati. Le contromisure cambiano di conseguenza.
E significa, infine, mantenere vive le competenze tecniche all'interno delle comunità. "Ogni volta che deleghiamo la gestione dei nostri strumenti a qualcun altro, diventiamo vulnerabili," spiega un'attivista di un gruppo milanese che preferisce non essere nominata. "Non puoi affidare la tua voce a un'infrastruttura che non capisci e che non controlli."
Il dark web non è quello che pensi
Il termine "dark web" evoca immaginari da telegiornale: traffici illeciti, mercati di droga, criminalità organizzata. È un'associazione comoda per chi vuole demonizzare ogni forma di comunicazione non tracciabile. La realtà è più banale e più interessante.
La rete Tor — il principale strumento per accedere a siti .onion — è stata sviluppata originariamente dalla Marina degli Stati Uniti per proteggere le comunicazioni intelligence. Oggi è usata quotidianamente da giornalisti in paesi autoritari, da whistleblower, da ricercatori sulla sicurezza, e sì, anche da attivisti italiani che vogliono pubblicare documenti senza che il loro indirizzo IP venga registrato da qualche parte.
In Italia esistono mirror .onion di testate giornalistiche indipendenti, archivi di documenti su casi giudiziari controversi, spazi di discussione su temi che le piattaforme mainstream tendono a moderare in modo aggressivo. Non sono necessariamente illegali. Sono semplicemente fuori dal recinto.
Dopo il sequestro
Nel 2023, diverse operazioni delle forze dell'ordine hanno colpito infrastrutture digitali legate ad ambienti dell'antagonismo italiano. Server sequestrati, domìni oscurati, procedimenti penali aperti. La risposta della comunità è stata, come spesso accade, adattarsi.
"Ogni sequestro è anche una lezione," riflette un tecnico che ha lavorato alla ricostruzione di alcune di queste infrastrutture. "Ti insegna cosa non aveva funzionato, dove erano i punti deboli. Poi ricostruisci meglio."
Questa capacità di rigenerazione non è infinita, ovviamente. Richiede tempo, competenze, risorse umane. Ma è reale. E si alimenta di una rete di solidarietà — tra collettivi, tra città, tra realtà europee con cui gli italiani sono in contatto — che è essa stessa una forma di resilienza.
La posta in gioco
Se tutto questo sembra distante dalla vita quotidiana, vale la pena ricordare che le infrastrutture comunicative non sono neutrali. Chi controlla i canali controlla, almeno in parte, il discorso. La storia dei media italiani — dalla P2 alle concentrazioni editoriali degli anni Novanta, fino alla dipendenza attuale dalle piattaforme americane — è anche una storia di chi ha avuto il potere di far circolare certe narrazioni e di seppellirne altre.
I fantasmi digitali del sottosuolo italiano non sono necessariamente dei santi. Sono persone con le loro contraddizioni, i loro errori, i loro limiti. Ma stanno facendo qualcosa di concreto: costruire spazi in cui la voce non dipende dall'arbitrio di un algoritmo o dalla tolleranza di un governo. In un'epoca in cui quella dipendenza è diventata la norma, anche solo questo è già abbastanza sovversivo.